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The Past The Present and The Future of Human Condition

Un piccolo spazio accessibile tramite delle scalette impervie e una micro entrata con sassi e tanta natura: una stanza adibita a prove teatrali e a mostre di giovani artisti emergenti. Stiamo parlando dello Spazio Oxygene di Roma che dal 9 aprile ospita una personale di un giovane artista calabrese, Domenico Canino.

Ventinove anni, immerso tra la musica e l’arte contemporanea, l’autore della provincia di Catanzaro che da diversi anni vive e lavora a Roma (dove ha frequentato l’Accademia di Belle Arti), ha presentato la mostra The Past The Present and The Future of the Human Condition in quel di Prati, con sei dipinti (tutti rigorosamente realizzati con la tecnica dello smalto su tela/vetro e in bianco e nero) e diverse stampe.

La prima impressione a un occhio digiuno e poco allenato può risultare cupa e fuorviante, per via dell’assenza di colori e della presenza questi corpi smunti, foschi e informi. In realtà, come spesso accade per l’arte contemporanea, bisogna andare a fondo, scorticare l’apparenza e ritrovare un senso altro dopo una dovuta riflessione più profonda. E ciò che viene fuori, in questo caso, è un messaggio tutt’altro che negativo e macabro: lo stesso artista fa presente che è il ciclo della vita ad essere il protagonista assoluto, dove la vita e la morte fanno il loro corso, dove l’uomo vive e si muove ma sempre cosciente del fatto che è Madre Natura la regina indiscussa.

Tutti temi che fanno parte del repertorio di Domenico Canino il quale, anche nelle sue precedenti esposizioni dal 2009 fino ad oggi, si è sempre concentrato su questi argomenti (osando la definizione) essenziali.

Come osserva la chief curator Veronica D’Auria del C.A.R.M.A. (Centro d’Arti e Ricerche Multimediali Applicate), nel testo critico che accompagna l’esposizione, “le tele ripercorrono, come una sorta di ViaCrucis, gli eventi biologicamente inevitabili della vita umana”: corpi intrecciati, moti statici e perpetui che comunicano allo spettatore questo bisogno di compiere un percorso da un inizio verso una fine, un percorso retto ma, talvolta, anche circolare. In 90.000.000.000 people, ad esempio, questo flusso vitale è particolarmente evidente in quanto esso attraversa un feto, un cranio e una donna, simbolo della vita che incessantemente si rigenera: e lo fa passando per tutte le età dell’umanità intera, come accade in The Three Ages. Ma la vita è anche costretta a volgere al termine, ci ricorda invece il semplice ed efficace Life and Death: l’opera descrive esattamente il suo titolo senza troppe dispersioni. L’accettazione della morte è l’accettazione della natura, più in generale, e del potere incontrastabile che essa ha sull’uomo: a questo proposito Genuflection è indicativa di questo “riconoscimento di sovranità” ed è forse l’opera più intensa e comunicativa di tutta l’esposizione. E cosa c’è dopo la morte? C’è ancora vita? Secondo Domenico Canino non ci sono dubbi: la reincarnazione, la trasformazione, sono tutte ipotesi contemplate e valide. A prova di ciò Study for a Possible Evanescence tratta il concetto di evanescenza materica e ricomponimento di questa di altri corpi, abbattendo quasi i confini della morte naturale e proponendo cicli di vita continui e costanti. L’uso del bianco e nero e, in generale, la scelta di questo stile pittorico singolare, utilizzando le parole dello stesso artista, vogliono essere un tentativo di ”scarnificazione” dell’immagine (anche se figurativa), eliminando il superfluo e lasciando spazio all’idea di come sarebbe l’immagine che va costruendosi.

La mostra è stata prorogata fino al 15 maggio e si concluderà con un finissage accompagnato dalla musica di Armando Bagalà: un suggerimento per chi si trovasse nel centro di Roma e avesse voglia di assistere a un evento non istituzionale, pur non rinunciando alla fruizione di una bella mostra d’arte contemporanea.

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