“A SUD DI NESSUN NORD” in viaggio sulle note dell’ultimo album di ANTONIO PIGNATIELLO

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“A SUD DI NESSUN NORD” in viaggio sulle note dell’ultimo album di ANTONIO PIGNATIELLO

Basta socchiudere gli occhi e lasciarsi cullare dalla musica affidandosi al suo potere evocativo. Trombe mariachi e giri di chitarra che ti conducono verso terre lontane, a sud del mondo. Immagini di incontri, sapori e colori che diventano ricordo e cambiano il viaggiatore giunto a casa dopo un lungo peregrinare. Un novello Ulisse che torna alla sua Itaca riscoprendola e riscoprendosi cambiati. È questo il viaggio racchiuso nei dodici brani che compongono l’ultimo album di Antonio Pignatiello, “A Sud di nessun Nord”. Mixato da Taketo Gohara (produttore ed ingegnere del suono di Vinicio Capossela), il disco è stato realizzato on the road su uno studio di registrazione mobile durante il viaggio che ha condotto Pignatiello e il collega e “amico fraterno” Giuliano Valori lungo la penisola. Un viaggio che si scopre ad ogni traccia, attraverso l’ombra dei ricordi degli incontri fatti lungo il cammino e che sembrano assurgere ad una dimensione onirica e mitica, come in una lontana Arcadia in cui poter trovar ristoro alla propria mente e al proprio cuore. Il titolo dell’album è un omaggio all’omonimo romanzo di Charles Bukowski. La nostra redazione ha incontrato Antonio Pignatiello per porgli qualche domanda sul suo ultimo lavoro discografico, leggiamo cosa ci ha risposto.

Un primo album dal titolo “Ricomincio da qui” e un singolo con cui è stato lanciato il tuo secondo lavoro discografico che, invece, si intitola “Lontano da qui”. Sbaglio a non ritenerla una pura coincidenza? Qual è la connessione che intercorre tra i due? Anche perché, al di là della storia d’amore della coppia protagonista del videoclip che accompagna “Lontano da qui”, si potrebbe anche leggere una sorta di nostalgica dichiarazione d’amore per la propria terra?

“Ricomincio da qui” nasce da una vicenda discografica travagliata; potevamo finire al tappeto subito e arrenderci, invece con Giuliano Valori e Pasquale Innarella ci siamo detti: “Bene, ricominciamo da tre”. E ho aggiunto: “Ricominciamo da qui, dalle nostre radici”, senza si resta polvere, “ed è una polvere da cui non cresce nulla” per citare John Fante. È importante avere delle radici forti. Certamente una dichiarazione d’amore, ma senza la parola “nostalgica”. Non c’è nostalgia per il tempo andato, né rimpianto. Quello di cui narro è una stagione della vita che vive in una sorta di “tempo mitico”, o “il tempo del mito” come veniva definito nell’antica Grecia.

Tema sovrano del tuo ultimo disco è il viaggio. Ed in viaggio è stato realizzato. Un album che nasce on the road e si alimenta, ad ogni brano, degli incontri che hai fatto lungo la penisola assieme al tuo collega e amico Giuliano Valori, tanto da farti dichiarare che si tratti di un disco che è anche “la storia di un’amicizia fraterna”. Il valore della condivisione torna spesso nei tuoi lavori. Quant’è importante avere un buon compagno di viaggio lungo le accidentate strade della vita?

La condivisione, come il tema dell’ospitalità, è qualcosa che va sottobraccio alla musica e alla vita. Mi interessava raccontare quel che il viaggio e gli incontri portano, in questo caso un album di canzoni: prendere qualcosa dalla vita per poi riconsegnarla attraverso un verso, un suono, una canzone. C’è poi un’altra chiave di lettura: nell’era “liquida” in cui viviamo, per citare Bauman, abbiamo bisogno delle parole e del dialogo, della condivisione in opposizione alla logica dell’omologazione e dello scontro che avviene anche in programmi televisivi legati alla musica e che trovo francamente imbarazzanti nei confronti dell’intelligenza umana: Vanitas vanitatum et omnia vanitas… tutto è vanità! La musica nasce esattamente per le ragioni opposte a questi programmi.

Hai lasciato la terra che ti ha dato i natali trasferendoti prima a Bologna e poi a Roma, dove ancora vivi. Come ti hanno cambiato i luoghi che hai visitato e cosa conservi ancora, dentro di te come una traccia indelebile, della tua “Itaca”?

Il posto in cui componi finisce inevitabilmente dentro le canzoni. I luoghi in cui viviamo e gli incontri che facciamo ci cambiano, ci obbligano a fare delle scelte, ma ci consegnano anche molte scoperte e storie. Roma è una città impegnativa, per fare una cosa semplice devi essere pronto a metterci dentro tanta pazienza e applicazione. E’ come un incontro di box, o uno scontro nell’arena: se riesci a uscirne vivo, allora sei pronto per vivere ovunque. A proposito della mia Itaca, mi tornano alla mente i versi finali del poeta Kavafis: “Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo sulla strada: che cos’altro ti aspetti? E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare”.

Hai affermato che “la cosa più bella per una canzone è abbracciare tutti senza appartenere a nessuno”. L’emigrazione è un tema tornato ad essere cruciale e comune a molti italiani, per ragioni ovvie. Partire per poi tornare, o partire senza guardarsi indietro e conservando solo il ricordo di una terra che “ti obbliga a tradirla e maledirla per sopravvivere”?

Ci si mette in viaggio per tante ragioni: per ardore di conoscenza, per mancanza di lavoro, per sfuggire alla guerra… Noi stiamo rivivendo ciò che hanno vissuto i padri dei nostri padri, emigrati in Svizzera, Germania, nelle Americhe, per sfamare le bocche dei propri figli, in cerca di una terra e di una vita migliore. I miei nonni sono stati costretti ad andare in Svizzera e sono riusciti a fare ritorno, altri sono rimasti tra il New Jersey e l’Europa. È una storia comune che ci appartiene, e che manca da sempre. Chi fa politica dovrebbe conservare memoria. Ad ogni modo, per dirla con Cesare Pavese: “…un Paese vuol dire non essere soli, sapere che, nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo che, anche quando non ci sei, resta ad aspettarti”. Costruire un ponte tra “appartenenza” e “libertà”, scegliersi la via e viversi la vita, a ciascuno la sua: questo significa davvero essere libero: “Libertà è partecipazione”.

La copertina dell’album è stata realizzata dal pittore Alessandro Quatrale. Un olio su tela intitolato “Sosta a Sud”. Ti andrebbe di parlarmene?

Tutto il disco, anche per quel che riguarda la parte grafica e “pittorica” è stato concepito come un’opera in cui ognuno ha portato il suo contributo. Con Alessandro Quatrale ci siamo visti, gli ho raccontato la mia idea: usare l’arte pittorica per mostrare visivamente i “paesaggi sonori” delle canzoni. Ne è uscito fuori questo dipinto meraviglioso dal titolo “Sosta a Sud” che mi ha regalato, e che conservo nel salotto di casa. Molti mi stanno già chiedendo un poster. Chissà? Magari prima o poi mi deciderò a stamparlo.

Ti andrebbe di parlarmi delle scelte che hai fatto relative agli arrangiamenti? Hai descritto la musica di quest’album “un suono con pieno spargimento di cuore”…

Le registrazioni che preferisco riproducono la spontaneità di chi sta suonando. Riuscire a scrivere una melodia e appenderci, come se fosse una corda di bucato, le nostre emozioni: le risate, le disgrazie, i sorrisi, i volti di chi abbiamo incontrato, il taxi che passa con il rosso, il treno partito in anticipo, o siamo noi che abbiamo dimenticato di spostare le lancette dell’orologio? Il verso a cui fai riferimento è di un poeta marchigiano a me caro; racchiude perfettamente la mia idea di vivere la vita, la strada, la musica… gli amici.

Ringraziamo Antonio Pignatiello per la sua disponibilità.

Link utile: www.antoniopignatiello.it

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