Cantico di una Piccola Farfalla Cieca 6.1

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6.2Per una buona mezz’ora seguì scale a chiocciola rapite nel rincorrersi a vicenda, mentre muschi e licheni gemmati di stille lunari s’interrogavano in ingarbugliate effusioni sul dove fosse traghettata l’accademia. Rivedere Leo era una prospettiva allettante, essendo egli quella classica figura che è molto più, e molto meno, d’un padre; ombra di familiare estraneità, di costante baratro e di venturo cameratismo. Probabilmente la nostra mania del libero arbitrio, rispetto alla scelta di Gaia. Ma era al contempo un segno preoccupante, perché quel tronco massiccio d’uomo s’occupava direttamente solo dei casi urgenti, e critici. Quelli per cui non sai rispondere, in concreto, se torni per colazione.

Finalmente apparve il caratteristico fumo della torre, i resti dei turpiloqui su cui si focalizzavano gli assalti delle reclute. La struttura si riassumeva grossolanamente  in un bastione, ma dai merli ermellini giganteschi filtravano lo sporco della dialettica e lo colavano all’interno perché divenisse materia pura e bersaglio dei cadetti; scalini poi sgusciavano dalle pareti per perdersi in foschie che erano gli stessi comignoli a plasmare, e un baleno azzurro si distendeva sul tutto nel tentativo di tracciare un volto, il volto oggettivo d’ognuno. Per questo, essendo meno spavaldo del giorno prima, gli ultimi metri gli fece serrando il mento sul petto, staccandolo solo quando il rassicurante calore degli scontri non gli solleticò le narici.

Un centinaio di ragazzi, dai 10 ai 20 anni, sedeva in circolo attorno al suo vecchio mentore. Leo tradiva solo per i capelli, spruzzati d’avorio, i suoi 60 anni; le sculture del corpo per il resto facevano impallidire ogni astante, e il suo pomo d’adamo era un fulgido esempio di quanto la virilità fosse un fatto irrimediabilmente relativo.

-Quando ingiuriate l’altro, voi non dovete cedere all’eccesso. Assaporate il giusto per toccare il trapasso, eppur non indugiate nell’estasi, salvo egli non sia l’ultimo…e, fidatevi, l’ultimo non lo è mai…- mostrò con aria solenne e al culmine teatrale le cicatrici sul petto, che il kimono nero lasciava soltanto intuire -…c’è sempre qualcuno, dopo. Trattenete il colpo a solcare il giusto organo, ma non fatelo scorrere nel corpo d’un cadavere. Dategli respiri da esalare, non trapassi celestiali. Siate frugali e precisi, in ciò vive la massima eleganza. Rispettate la distruzione di cui siete artefici, ma non adulatela, non ingozzatela. La danza s’articola d’orpelli votati all’accoppiamento, non alla derisione. Anche l’adulazione del vacuo ha la propria utilità, e la stessa arte è essenza filtrata da ciò che umano, e reale, non merita d’essere.-

Prese una sbarra di acciaio scuro, e alzandola lievemente invitò un’aiutante a prenderne una simile e mettersi innanzi a lui.

-Una parola come un fendente ha molteplici piani da cui impattare. Di norma, più piani uno possiede, più avrà possibilità di portare meraviglia, quindi crepuscolo.-

Incrociò l’asta con quella dell’altra, un contatto di inizio.

-Esperienza è tatuarsi sulla pelle gl’imprevisti, ed a ogni imprevisto saggiato una nuova regola e credo si aggiunge al vostro stile. Anche movimenti sciocchi…-. All’improvviso roteò l’impugnatura in un cerchio ascendente antiorario, contemporaneamente spostandosi a sinistra col peso del corpo. Il colpo sfiorò la nuca della donna, che neanche s’era accorta del gesto. Leo sorrise, cercando segni di convinzione sui volti attenti che lo circondavano, poi si rimise di nuovo nella posizione di primo tocco, stavolta allentandosi un po’ per dare più raggio alla difesa.

-…oppure movimenti assurdi…- si gettò sul pavimento, intercettando l’intenzione della attonita stoccata di freno e scansandola con la testa, mentre il suo tubo altrettanto guizzante ricadeva, stavolta tranciando ipoteticamente le ginocchia dell’avversario. Con una capriola fu di nuovo in piedi.

-Flessibili. Eppure controllati. L’energia marziale, la salsedine del conflitto, non sgorga in qualsiasi gesto, ma solo quando l’anima veste il fisico, e il fisico onora l’anima.-

Gli allievi si inchinarono quasi fino a baciare il terreno, mentre lui si limitò ad un cenno veloce. Quindi abbandonarono velocemente il quadrato, diretti probabilmente al turno di retorica, se la memoria non lo ingannava. Il vecchio, che dall’inizio s’era accorto di lui, gli venne incontro come un contadino accoglie l’ultimo frutto del proprio campo.

-Viola…-

Senza aggiungere altro lo strinse con le sue braccia enormi, lasciandoli quel vago senso di sudore che non gli era mai fuggito, neanche nei ricordi.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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