ALLA CORTE DEL “CANTASTORIE” D’ITALIA: INTERVISTA A GIANGILBERTO MONTI

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ALLA CORTE DEL “CANTASTORIE” D’ITALIA: INTERVISTA A GIANGILBERTO MONTI

Ingegnoso artefice di un’ironia pungente con cui dalla fine degli anni Settanta dipinge le contraddizioni e i vizi della società italiana, Giangilberto Monti è riuscito, ancora una volta, ad offrire un veritiero ritratto del “vecchio Scarpone da falò” nel suo ultimo album “Opinioni da Clown” (Egea Music/Ed. Warner Chappell). Il disco si compone di tredici tracce, fra cui brani inediti scritti per l’occasione e canzoni composte in passato. Protagonista dell’album è questo grande e variopinto circo, metafora della società contemporanea del bel Paese: un’Italia di furbi e squattrinati, ladri e teledipendenti, ubriaconi che amano sparlare e che vogliono fuggire altrove, per portare anche lì, magari in Marocco, le macerie della loro gloriosa Storia. Giangilberto Monti è l’esempio calzante di un “creativo” a 360°: “comicante” (volendo usare il neologismo da lui coniato, cioè comico e cantante) ma anche autore di testi per il teatro e saggista di libri sul cantautorato e il cabaret italiano e francese. La “famiglia musicale” a cui si sente di appartenere è quella di Gaber e Jannacci. La sua cifra stilistica è data dal sarcastico gioco di contrasto che il comicante ama creare fra l’amara ironia dei testi e la leggerezza delle melodie che fanno loro da sottofondo, dal tango allo swing, dal jazz alle samba. All’interno dell’album, arrangiato dal torinese Bati Bertolio, anche un omaggio a Dario Fo, con cui in più occasioni Monti ha lavorato a teatro. “Alla fine della festa”, il brano finale, è infatti stato scritto da Fo e Fiorenzo Carpi sulla base del loro spettacolo “L’opera dello sghignazzo”, libera riduzione dell’ “Opera da tre soldi” di Brecht- Weill. La redazione di Four Magazine ha avuto l’onore di scambiare due chiacchiere con Giangilberto Monti poche ore dopo l’uscita del video di “La schedina”, il brano di “Opinioni da Clown” in cui il comicante duetta con altri due maestri del riso quali Raul Cremona e Giovanni Storti (video disponibile on-line su www.youtube.com/watch?v=ueWyTAkG0GY). Leggiamo cosa ci ha raccontato!

Iniziamo proprio dal tuo ultimo album: “Opinioni da Clown”. Ti va di parlarcene?

L’album è quello che si definirebbe un concept, le canzoni sono state scritte e pensate per raccontare una storia che poi è la storia del clown. Il sentimento dell’album è ironico, paradossale, in parte anche satirico, però tra una canzone e l’altra lo spazio per tutte le parole che vorresti esprimere in un disco non c’è, quindi bisogna completarlo con uno spettacolo di teatro e canzone che io mi auguro di fare presto.

La seconda traccia dell’album, “Sono il comico”, descrive il comico o clown o buffone che sia come “un cinico e uno zerbino” pronto a beffarsi della società che lo sovvenziona. Che tipo di figura hai voluto descrivere?

Il clown è una figura positiva, per me. In questo caso il comico della canzone è il comico opportunista, cioè la parte negativa e l’altra faccia della medaglia, il comico che pur di apparire, di andare in televisione e partecipare a qualunque possibile talk show vende l’anima. Frequento e conosco benissimo questo ambiente e, devo essere sincero, gran parte della canzone mi è stata ispirata dal versante più negativo dei miei colleghi, mentre poi ci sono quelli con cui io mi accompagno che non sono così. Però, purtroppo, c’è sempre, in tutti i settori della società, chi per arrivare farebbe qualunque cosa. Soprattutto negli ultimi anni in cui apparire è diventato più importante che essere. Lo dico io che sono un “vecchio ragazzo” (scherza).

Questo variopinto circo, questa società così pittoresca, che osservi da tutta la tua vita, quanto credi che sia cambiata e possa ancora cambiare? Nel brano “Sul confine”, del resto, ribadisci quanto sia faticoso sognare ai tempi attuali…

Il ruolo dell’artista è anche un po’ quello di aprire delle finestre chiuse e spalancarle su mondi che qualcuno non conosce, cercando di avere, in fondo, sempre e comunque una speranza. La speranza è una passione grande, non farei questo mestiere altrimenti. Da una parte il cambiamento c’è sempre, da un’altra parte però non si può non considerare che la situazione è estremamente degradata e questo in tutti i campi, compresa la politica dove ormai siamo, non dico alla frutta, ma oltre. Siamo all’ammazza caffè! Il desiderio è che le future generazioni cerchino di trovare una strada diversa, sennò noi che ci stiamo a fare? Abbiamo lavorato per tanti anni innanzitutto per far comprendere che la società non è tutta uguale. Il problema, però, è cambiarla. Perché è vero che la si cambia lentamente, a pezzettini, però, è anche vero che ognuno deve dare il proprio contributo. Ognuno deve fare quello che sa fare, il suo mestiere e cercare di farlo, soprattutto, in modo onesto. Solo quando l’arte viene praticata in modo onesto, aiuta, secondo me. Qualunque tipo di arte, dalla pittura alle installazioni, al teatro danza e via dicendo.

Che tipo di “creativo” sei, o meglio, qual è il tuo metodo di lavoro? Torni spesso a lavorare sui tuoi elaborati, anche alla luce del fatto che nel tuo ultimo album hanno trovato posto brani scritti molto tempo fa che hai ripreso e poi modificato?

Questo mestiere è fatto di grande artigianalità, un po’ come fa il falegname: cioè come chi cerca di mettere pazientemente insieme tutti i pezzi ma poi non si accontenta mai. Il lavoro artigianale è il lavoro dell’artista, quindi, io a volte scrivo delle cose, poi le riprendo e cerco di raccontare soprattutto la società. In questo caso ho voluto riprendere il mio primo grande amore che è il ruolo da cantautore che avevo negli anni Settanta. Le parole hanno un peso e bisogna soppesarle e pensarle ma anche la musica è importante come tutto il resto quindi il lavoro artigianale ha necessariamente bisogno di tempo. Io poi sono una specie di “operaio dello spettacolo” perché mi sveglio molto presto e lavoro tanto. Mi porto dietro questo computerino dove oramai scrivo tutto. Non si butta via nulla perché anche da vecchi spettacoli rinascono idee. “Sei capace?”, ad esempio, l’ho scritta per i Fichi d’India vent’anni fa. Loro non l’hanno mai voluta cantare, così, io l’ho modificata: il testo è stato rimaneggiato, però, l’ispirazione parte da lì. Non ho mai pensato al disco come una cosa a sé stante. Non faccio parte di quel mondo di cantanti o cantautori che all’interno del disco sono totalmente completi e si esauriscono in quell’ambito. C’è chi magari si butta poi sul live, io faccio invece altri passaggi e il disco, seppur importante, ne è solo una parte.

Mi hai dato l’impressione di condividere alcune affinità con Vinicio Capossela. Tu, del resto, hai cantato un suo brano (“Che coss’è l’amor”) e un’atmosfera circense ha fatto da cornice anche ad uno dei suoi ultimi tour. Lo trovi un accostamento azzardato, il mio?

Ricordo Vinicio quando aveva iniziato in un bellissimo spettacolo con Paolo Rossi, in cui faceva delle cose che per un cantautore sono alquanto insolite. Penso che lui abbia preso una strada molto precisa, ha lavorato tanto sul testo, sulla comunicazione e sul linguaggio. Secondo me è uno degli ultimi cantautori più interessanti, forse l’ultimo ad aver ribaltato il linguaggio, io no invece. Io ho un’attenzione diversa sul linguaggio, cerco in lui un’essenzialità e una semplicità, se vogliamo, “più folk”. Ho un rapporto verso il palco diverso: se vogliamo, il mio è più un ruolo da cantastorie.

Ringraziamo Giangilberto Monti per la sua disponibilità e gentilezza, sperando di assistere quanto prima al suo spettacolo di canzone e teatro.

Link utili:

www.giangilbertomonti.it

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