Cantico di una Piccola Farfalla Cieca – Capitolo 6.0

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Cantico di una Piccola Farfalla Cieca – Capitolo 6.0

6.0

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Risveglio. Odore di bestia, che doveva aver faticato non poco per eseguire la procedura d’emergenza.

Odore suo stagionato. Odore della sveglia, quell’irritante miscuglio studiato apposta per strapparlo dallo schienale.

Cambio di vestiti, una tunica blu scuro con bordi bianchi e una cintura d’intreccio corvino, ma il sentore d’essere sporco

comunque lo accompagna, finché l’aria viscida del mattino lo stordisce con un solo, misurato schiaffo.

La creatura è cambiata, tornando all’usuale disegno; un cocchio di metallo filigranato innestato su un drago d’artistica

ruggine, con attaccati blasoni cascanti del suo credo, e appartenenza: un volto glabro con la bocca spalancata, e un

cerchio di potere, in rosso, attorno ad essa. L’animale, o quello che ne rimane, attende quieto, potesse aspettare l’eterno,

e un minuto ancora.

Si scrolla di dosso il maligno peso della notte. Alza il viso, lentamente, tra ossequio e coraggio: anche l’aere è

trasmutato, tornato ai vecchi valori…pericoloso ora, nella lucidità di un giorno quotidiano…come sciami guidati da una

mente regina, parole si riversano sulla sua cornea, e lui può carpirle, leggerle tutte, dalla bestemmia del venditore di

scatolame all’ultimo saggio d’un dotto morente. Ma non riesce a farne fasci, non subito, non così; solo i veterani e i loro

battaglioni, e non con le proprie mani. Prima di avviarsi, marca con il viola le fonti di primario interesse, così da poterle

distinguere; con il marrone quelle troppo strambe per essere innocue o infondate; di niente il resto, obbligandosi come

era stato istruito a ignorarlo, e obliare le grida d’aiuto quanto le urla di gioia. Il suo è un buffet di semifreddi, e tale deve

rimanere.

Il grosso motore incespica per qualche istante, poi da uno sferragliante colpo di tosse e parte.

L’accelerazione aumenta, fino a raggiungere velocità di diverse centinaia di miglia orarie, eppure non sono niente di

fronte all’immobile dinamismo dei nembi di trasmissione, che premono per penetrarlo e far uscire il suo colore, l’unica

cosa che lo possa rendere cieco, gesticolante, capace solo di chiedere e di dare nell’attimo, senza concezione di passato

o futuro, senza aroma di ciclico. Quelle due volte in cui una briciola era entrata, lui aveva sentito crepitanti serpi di

fuoco corrergli sotto la cute, dal petto a baciargli i nervi più oscuri; le mani, troppo irrigidite dal dolore per reagire,

s’erano meccanicamente ficcate nel suo cranio, fino a sbriciolare ciò che appariva, ciò che si sforzava di riflettere. E

aveva artigliato, e graffiato, e stritolato. Un tuffo su ciò che non si dovrebbe essere, insostenibile essere. E quando stai

per svenire, non svieni. Incede, riducendo l’alito ad agonizzanti tizzoni ardenti, e profumo d’un petalo orfano.

I medicinali sintetizzati fino ad ora ti stordivano tanto da renderti inutilizzabile, quindi rimaneva

l’autocondizionamento, Haiku ripetuti allo sfinimento sotto un’egida marziale. Lui insiste il suo, ciò che si chiama

l’intima opera, e per un po’ funziona, tanto che è quasi indifferente all’apparire dei fusti del tristo uccello senz’ali,

pesante come fosse lì dal nascere delle Alpi e non da qualche ora.

Il meccanismo ad incastro accoglie con uno fulmineo stridore il mezzo, una stalla dal fieno d’ambrosia, e il nuovo

corridoio, lastricato da chiazze di dogmi lampanti, incede nel portarlo nel fresco feudo personale. Da un gonfalone

s’irradia un fiammingo brodo di citazioni, il cantico del proprio ordine:

Solo cieca unità

Tu e l’altro niente

Non stare è verità

La pelle è mente

Il resto rimbombava sottile e profondo per tutte le vie che si schiudevano alla stregua di petali al sole d’eclissi. Da

strutture infantili ci si innalzava in costrutti più complessi, gl’ultimi per lui ancora insondabili: non smettevi mai di

apprendere, per fortuna e malasorte; un tarlo che ti scava dentro ignaro di distinzioni, o camere a tenuta stagna. L’anima

è di materia volubile, e fin troppo capricciosa.

Che l’armonia di una lotta stesse nell’assecondare il flusso naturale, era un concetto vecchio di millenni, ma utilizzato

troppo selettivamente e in maniera quasi sempre astratta. Loro al contrario lo avevano assunto a colonna portante del

proprio potere: la spontaneità del cosmo, il legno flessuoso che solo resiste all’inverno per la propria arrendevolezza,

che mai è in fondo tale. Così tutto diventava secondario, una giusta proporzione, una retta percezione; bastava

aggrapparsi alla vera brezza, sceglierla nella complessità presente nel meno degno cubetto d’aria, e su d’esse riversare

la pragmatica, o il lessico che fosse.

Lo Zio se ne sta a braccia incrociate sulla soglia, la giusta distanza per poterlo squadrare, studiarlo mentre gli incute la

dovuta reverenza.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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