Cantico di una piccola farfalla cieca – Sagrestia 2

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Cantico di una piccola farfalla cieca – Sagrestia 2

sagrestia2

Uscirono dopo aver scolato la bottiglia, dal contenuto onesto (ma non vivace).

 

-Oggi manca il blu…-

-…-

-Che credi significhi?-

-Un tempo pensavo fosse il colore della mia anima a mancare, ovunque guardassi…-

-Bei tempi.-

-Già, bei tempi…non lo so, probabilmente vogliono renderci nervosi.-

-Se mirano all’apocalisse, è fatica sprecata…-

Loro conoscevano diverse cose; non tutte, alcuno ha cognizione di tutte le cose, ma intuivano lo schema generale, la griglia di riferimento, se vogliamo. Il mondo era circondato da gerarchie di anelli, una sorta di serie continua di sfere concentriche, psichedeliche matriosche e variopinte scatole cinesi. Ogni livello tratteggiava, dipingeva o, semplicemente, forniva i cromi a quello sottostante, al contrario ignaro d’avere un superiore. Che principio muovesse i giochi di luci e tenebra perdurava sfocato, eppure solo in parte: il potere c’entra, c’entra sempre; tra loro l’ipotesi di divino altruismo nasceva solo dopo qualche bicchiere di troppo, e suscitava schiamazzi e comi idromielitici fino all’alba, vera o presunta che fosse. Ma sapevano che chi comandava con tali potenza e mezzo era persino peggio d’un dio: l’iride provava, esperiva, si struggeva cadenzata dalle stagioni, e quasi mai da qualcosa d’autentico.

Tuttavia, tale sequenza non era lineare. Ella si percuoteva ciclica. O, almeno, così parve probabile ai loro antenati: pulsavano mondi sotto la polvere d’orizzonte, scavati nelle viscere del suolo, cielo per chi ubbidiva a certi capricci. Pieni di questa consapevolezza, decisero di scoprire la maniera d’investirsi, e presiedere, il relativo diritto del più forte, e qualche via venne di conseguenza scoperta: ognuna portava alla morte, o meglio al regno che ad essa seguiva. E’ opinione dei più che vi sia una dimensione oggettiva, in merito: giudizio e destinazione. E’ sapienza dei meno che la volta è invero interamente soggettiva: il vissuto qui modella la rinascita là, che quella sia vita eterna o ennesima fase. Assodato ciò, il gruppo comprese che, divenendo elemento costante delle credenze e dei valori della plebe, sarebbe assorto a colonna, ad architettura e immagine del reame venturo: a Dio. Alcuni precipitarono in esso, altri invece rimasero nell’olimpo originario, eppure rinforzati, virtuosi, e forse immortali. Ma rimanere nel cuore dei popoli è impresa ardua, e mai completamente assolta…l’infrangersi delle ideologie e delle fedi fece strage tra gl’Alti uomini, ma non sterminio. E ora il vento profumava di ritorno. Mancava il blu, vero…ma presto sarebbe riapparso. E lui avrebbe ripreso i suoi ichimon, rifornito la scorta di qualche hatamoto, e reciso l’ultimo miope legame con cui s’era macchiato; una bieca fortuna che nel clan vigesse la misericordia…in altri sarebbe stato subito braccato, infangato e infine giustiziato d’oblio. Il mondo si era sempre comportato bene nei suoi riguardi. E lui non credeva, questo neanche minimamente, d’esserselo meritato.

La camera ardente sembrava l’anticamera dell’inferno biblico, stagione controriforma; un modello molto imitato, il primo in assoluto se non fosse stato per il far west sci-fi che, negli ultimi cinquant’anni, s’era imposto con cifre assurde, da capogiro. Sperò lei non avesse scelto né l’uno né l’altro, e desiderò che, in quella decisione, lui ci fosse non come slavato contorno, ma come uomo. Affermare che chiunque ti ami vuol dire che non ti rimane che l’amore per te stesso, e spesso neanche. Eppure doveva ricordarlo, anche nel male, soprattutto nell’odio, certamente nella depressione…doveva…non fu riconosciuto, probabilmente perché col tempo il vero avversario si astrae e si mette in tasca, giusto per essere utilizzato nel momento opportuno. La sua prole era al completo, ma di ben pochi poteva servirsi: sei erano donne, e le donne avevano il brutto vizio di divenire eccessivamente influenti; dei quattro maschi due erano troppo dilaniati dal dolore, uno aveva appena dieci anni e…c’era il quarto, e combaciava con le necessità della situazione. Aveva a sua volta due figli in fasce, ma appariva giovane, e in salute; soprattutto era inscalfibile nel viso, e nell’espressione, distaccata e fiera, che sfoggiava nella cacofonia vomitevole dei lamenti. Gli piacque, e decise: lui.

Bastò dire d’essere un penitente cugino del padre per essere invitato, quasi con solennità, al banchetto di commiato. Pochi ospiti e molte lacrime, segno d’un’acerba vecchiaia, e tremenda. Lo prese in disparte appena possibile, e fece l’unica cosa che potesse fare: gli promise la testa del suo vecchio. Ed egli accettò. Scomparvero velati dai pianti, dai piatti rotti, e dal promemoria d’un destino comune. Appena fuori dalla città, lui cambiò un colore, il colore della madre: lo tolse, è più corretto dire, e lo sostituì con qualcosa di più adatto e appropriato: la superbia. Il ragazzo da silenzioso cominciò a parlare, a chiedere. Avrebbe imparato, col tempo…forse seduto alla sua destra, se se ne fosse mostrato degno…con i frutti puoi permetterti di scegliere, e andare per tentativi…con le tinte puoi ingannare, manipolare e sì, puoi uccidere…uccidere davvero…ed essere felice, felice di poter scappare, scappare ancora per un po’, dalla tua consapevolezza…a immagine, e somiglianza…chi mai può invidiarmi?…tra le coscienze che vagano tra noi, insonni, è la mia, quella di Dio, la più sporca.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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