LET’S ROCK ‘N’ ROLL! MATTHEW LEE intervistiamo il genio del pianoforte

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LET’S ROCK ‘N’ ROLL! MATTHEW LEE intervistiamo il genio del pianoforte

Le dita che si muovono veloci sui 52 tasti bianchi e i 36 neri con una nonchalance che lo fa sembrare un gioco da ragazzi e una voce accattivante che imprime ancor più ritmo alla melodia. Lui è il pesarese Matteo Orizi, ai più noto con il suo nome d’arte Matthew Lee, l’acrobata del pianoforte che è stato decretato dalla stampa internazionale quale “Genius of Rock ‘n’ Roll” e la cui fama e bravura hanno raggiunto i continenti oltreoceano. La sua musica riscalda gli animi, rende impossibile star fermi mentre la si ascolta come solo il vero rock ‘n’ roll, appunto, sa fare. Un piacere per le orecchie e per lo spirito, come se si trattasse di una medicina naturale per il buon umore. Di formazione accademica, Lee lascia gli studi classici al Conservatorio per dedicarsi a quella che ben presto scopre essere la sua più profonda vocazione: il rock ‘n’ roll. Con la sua musica sembrano rivivere gli entusiasmi e risuonare le note di artisti quali Little Richard, Chuck Berry e Jerry Lee Lewis, icone che fecero del loro sound il canale attraverso cui gridare i loro umori e liberarsene in una festa che coinvolgesse tanto i musicisti quanto chi li ascoltava, senza freni e senza inibizioni. Quella di Matthew Lee non è, però, un’operazione nostalgica, una rievocazione dei fasti di un passato che non tornerà. La sua è pura passione per un genere che gli scorre nelle vene e che rielabora attraverso i canoni della modernità, come se fosse un funambolo tra tradizione ed innovazione. Dopo aver girato l’Europa (Belgio, Inghilterra, Olanda, Germania) ed essere stato anche negli Stati Uniti e in Africa, Matthew Lee è al momento in tournée nella sua Italia con il “Matthew Lee Rock ‘n’ Roll Tour 2015” che lo scorso fine settimana lo ha visto impegnato sul palco del Memo Restaurant di Milano, per tre date di cui la prima è già sold-out. Lo si potrà ascoltare e (perché no?) accompagnare danzando mentre, assieme alla sua band, Lee presenterà la sua sempre verde “musica d’altri tempi” e suoi singoli come “È tempo d’altri tempi” e l’originale versione de “L’isola che non c’è” di Edoardo Bennato. Noi di Four abbiamo scambiato una piacevole conversazione col “genius” poco prima del suo concerto di Milano, leggiamo cosa ci ha raccontato.

Matteo, com’è nata la tua vocazione per il rock ‘n’ roll? So che hai studiato al Conservatorio e che poi hai smesso i panni accademici per seguire questa tua passione che tu hai definito un “ritmo”. Ti va di parlarmene?

Dal Conservatorio mi hanno radiato proprio per questa ragione, diciamo che mi hanno costretto loro a lasciarlo ma io ho fatto del mio per far sì che mi buttassero fuori. Ho cominciato con la musica classica però il rock ‘n’ roll lo avevo già in casa. L’ho scoperto attraverso i dischi di Elvis, Little Richard, Ray Charles che aveva mio padre. Mi sono appassionato a tutti quei musicisti che avevano messo il pianoforte al centro della scena. Mi avevano colpito, oltre ad Elvis, tutti i pianisti che avevano fatto del rock ‘n’ roll la loro vita. Da lì ho iniziato a documentarmi anche su Jerry Lee Lewis e gli altri stili, come quello di New Orleans, perché in ogni zona degli Stati Uniti c’era un modo particolare di suonare il pianoforte. Tutto ciò negli anni mi ha permesso di tirar fuori una mia personalissima forma di musica. Parlo di rock ‘n’ roll come “ritmo” per toglierlo dall’incasellamento degli anni ’50 a tutti i costi, perché è in realtà un ritmo modernissimo, anche se nato negli anni ’50. È un ritmo che non ti permette di star fermo quando lo ascolti. Metterci dentro il pianoforte era per me togliermi di dosso la severità della musica classica in cui non puoi aggiungere neanche una nota. Quello che mi piaceva era poter avere un genere in cui io potessi muovermi a mio piacimento e il rock ‘n’ roll era il top! Nasce dalle piantagioni di cotone ed è un ritmo che viene dal cuore e dall’anima. Nasce dalla naturalezza, dalla spontaneità.

Hai girato mezza Europa, sei stato negli Stati Uniti e in Africa ricevendo un’ottima accoglienza. Quale caratteristica tipicamente “italiana” pensi di esportare assieme al tuo modo di fare musica?

La musica è un linguaggio universale, non importa se canti in italiano o in inglese. Quello che importa è che tu comunichi la tua personalità e io porto con me quello che sono io. Sono italiano e probabilmente ciò si rispecchia nel mio atteggiamento aperto con le persone, amo parlare con il pubblico, io blocco le canzoni per parlare con la gente. La convenzione di cominciare e finire in maniera fredda non mi piace. Sono un italiano caldo e mi comporto di conseguenza perché è quello che mi piace fare: creare quell’ambiente di confidenza con la gente. Quante persone ci siano non importa, se cinque o duemila.

Per quanto riguarda il tuo singolo “È tempo d’altri tempi”, sbaglio o esprime il desiderio di un ritorno alla semplicità delle cose e dei piaceri?

È proprio così. Quello che ho voluto fare con quella canzone, che è il primo singolo che è uscito qualche mese fa, era prendere un ritmo che mi piace, che è il rock ‘n’ roll, assieme alla purezza del sentimento di una volta, ma non a livello di nostalgia. Tante volte oggi ci si trova in situazioni in cui una certa etica viene perduta allora a me piace pensare agli anni ’50 e alla sua musica come ad un’immagine eticamente onesta e pura. Quello che ho voluto fare è stato mettere questo spirito dentro la canzone e lavorarci con produttori di un grandissimo spessore che hanno cercato di inserire la loro modernità in queste canzoni che vengono dal passato ma che poi alla fine, proprio perché si parla di ritmo, sono intramontabili e, anzi, più che moderne.

Durante i tuoi concerti, oltre a far divertire il pubblico, dai l’impressione di divertirti tanto anche tu, te lo si legge in viso. Cosa significa per te fare musica?

La musica per me è divertire il prossimo, oltre che me. Ci sono delle vocazioni nella vita, c’è chi si deve sposare, chi vuole fare il sacerdote, io devo fare questo! La mia vocazione è questa e non posso farne a meno. Lo diceva anche Elton John: “il musicista deve suonare”. Vuol dire che non devi stare in camera ma che devi alzare il sedere e andare a suonare per qualcun altro perché, altrimenti, sei un musicista a metà. Da quando ho cominciato la cosa fondamentale non era né fare i dischi, né andare in radio ma era andare a suonare per qualcuno, perché da solo in casa è noioso, non ti da la stessa soddisfazione ed energia. È uno scambio. A me la gente da tantissimo e io cerco di dare ancora di più a loro, è un rapporto biunivoco, mai univoco.

Come ti prepari ad un concerto? Qualche rito scaramantico?

No. Faccio interviste, rido, mi diverto, parlo con i musicisti. C’è un clima divertente! Certo è un lavoro perché c’è una squadra però alla base c’è il divertimento. Mi rendo conto di essere un privilegiato ma cerco sempre di dare il massimo per far sì che questo privilegio sia meritato.

Ringraziamo Matthew Lee per la sua disponibilità e simpatia e che dire se non… “let’s rock ‘n’ roll babies!”.

 

Per maggiori info sulle prossime date del “Matthew Lee Rock ‘n’ Roll Tour 2015” consultare i link:

www.matthewlee.it

www.facebook.com/matthewleeofficial

www.twitter.com/matthewleemusic

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