Cantico di una Piccola Farfalla Cieca – CAPITOLO 5.5

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Cantico di una Piccola Farfalla Cieca – CAPITOLO 5.5

cap.5.5
Ficcò gli speroni nei fianchi pelosi, e la falena si gettò nella cortina di caos. Vortici di riproduzioni schiumavano su spiagge di colla, dove sedimentavano i gorgogli interiori di miliardi d’esseri e verruche. Le correnti perdevano di continuo sbavature che ne rivelavano l’identica gradazione, mentre i suoi occhi mulinavano cercando d’intravedere, ed evitare, il suo d’interiore gorgoglio, l’unico sano punto debole per chi presiedesse all’ululato insonne dell’uomo. Ne scorgeva smilzi riccioli negli angoli della cornice, e ad ogni avvistamento si stringeva al forte dorso che lo sorreggeva, come un bimbo i cui genitori preferiscono storie terrificanti agli abbracci del sogno. Un solo granello sarebbe stato un meteorite sulla civiltà cresciuta con l’unica brama d’essere eden, e la follia, il fenotipo per chi avrebbe visto dal di fuori, sarebbe stato niente rispetto all’agonia di cui biascicavano i perduti, tenuti in abissali case anestetiche. Meglio andarsene. Per fortuna il pub non era lontano: mostrava orgoglioso la foggia d’un tubo attorcigliatosi per un grosso bulbo argentato, la cui cappella, una ragnatela di broccati slavati, era esplosa a sostituire la cappa sovrastante. Poco lontano russava il quartier generale, già demolito per lasciar posto alla coda d’un pavone depresso e impotente, o comunque a qualcosa di spassionatamente simile. Per l’aurora ogni traccia della precedente costruzione sarebbe stata cancellata, in nome di quell’orrore. Almeno non si ozia, no signore, tra questi pubblici appalti a raffica che dello stato se ne fregano quando direttamente non lo possiedono.

Almeno il miscuglio antionirico sortiva ancora un certo effetto, distogliendo la sua attenzione e spargendola su cose inutili, vicine, dal consumo immediato; il mal di testa del giorno dopo sarebbe stato un’altra questione, ma proprio non riusciva a preoccuparsene. Con un gioco di polpacci s’inclinò, e si diresse vero l’approdo del locale, dove probabilmente Tartus e Eaglepop stavano già sguazzando nei loro duelli di metrica alcolica.

Stranamente, non era così. Al tavolo che di solito tenevano per i pezzi influenti, cioè loro e qualche dirigente non  meglio precisato, discutevano a bassa voce e schiena curva, zampillando occasionali vampate di gioia in una vallata di tensione. Una teca di finti acquari s’illudeva di trattenere le loro abilità, ma comunque erano tipi che il lavoro non se lo portavano appresso, tranne quando strettamente necessario.

-Che succede?-

-Succede che ce n’è stato un altro. A un mese perfetto dal primo. E, rispetto al Fiume, perfettamente speculare al secondo…-

-Quando?-

-Mentre eri al dibattito plasmavisivo.-

-Il Concilio non mi ha detto niente…-

-Si aspetta, per una volta, che sia tu a fartene un’idea. Perché loro un’idea non ce l’hanno…è uscito come asterisco.-

-Un asterisco per una cosa simile?-

-Mantenere le apparenze, e rivoltare le budella…è un serio problema, neppure uno dei tuoi compari è riuscito a scalfirlo.-

-Da quanto si è disciolto?-

-Chi ha detto che si è disciolto?-

-Volete dire che…?-

-Fermo…per tua fortuna hai ancora barlumi di sedativo nelle vie, e la circolare ordina che solo chi espressamente autorizzato possa andarci…c’è comunque poco da dire: il campo sembra piccolo, una fabbrica in disuso nel mind-side…chissà chi c’è lì dentro…-

-Gruppi insurrezionalisti con mire totalitarie, per il 50 per cento…-

-O apocalittici avanguardisti amanti dei dinosauri, per l’altro 50…-

-Ma come possono finanziare tutto ciò? Insomma…le sezioni di sorveglianza sull’accumulo finanziario sono gli unici uffici presenti in qualsiasi azienda, e per imbastire un show simile ci vuole una concentrazione enorme, minimo un livello Eta…-

-Neanche il Concilio potrebbe farla convergere, una somma del genere…-

-O solo lui potrebbe…-

-Adoro le congetture, ma Egli è il nostro pane, questo tavolo…per me è anche quel cameriere, o la donna al bancone con cui ci proverò appena voi collasserete…è una catastrofe che lo danneggerebbe radicalmente, senza neppure lasciare le ceneri…e noi diventeremmo inutili, completamente inutili…-

-Pensi a una nuova generazione di Maghi?-

-Forse…o a una nuova generazione di macchine…una nuova AI…-

-Non so…tali fenomeni si manifestavano non per esplosioni, ma attraverso processi graduali…o è una chiave di cambiamento globale, o solo una fortunata anomalia…-

-Del resto io non c’ero…-

-Già, il più grande Usignolo se la spassava con la generazione y!-

-Dah, tutto questo può aspettare domani, non trovate? Lo trova vero e corretto, mi permetta, il nostro Eroe della Piuma?-

-Oh sì, sacro e santissimo, compare…-

-Un brindisi a ciò che rimane di quel benedetto centesimo prigioniero!-

Brindarono, e brindarono di nuovo a tante altre cose, finché non servirono più scuse per alzare il bicchiere.

La lingua girava a vuoto in virtuosismi psicadelici, i cui versi si propagavano alla stregua d’un rituale di corteggiamento rivolto al locale intero. Come al solito una piccola folla venne attratta, o spinta, o accarezzata dalle loro parti, nel tentativo di bearsi di tanta eleganza e portamento; ma tutto soltanto per un mero ormone formale, in realtà non udivano che il canto d’una sirena; non che la cosa li frenasse, mentre improbabili segretarie si gettavano un po’ più su dei loro piedi e il conto veniva saldato da inconsapevoli e flaccidi benefattori.

A una notte eterna, fu l’ultimo invito. Poi i ricordi si fanno confusi, solo scintille d’essenza in mari di zeri smussati.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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