2025 – Future Environment Human

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É cosa nota che Roma possiede al suo interno una miriade di posti bellissimi, sconosciuti ai molti, soprattutto se ti fanno dimenticare di essere in città. Quando poi questi diventano teatro di eventi interessanti, hai la fortuna di cogliere la doppia occasione e di assistere a due spettacoli degni di nota. Il luogo in questione è la splendida Ex-Cartiera Latina, uno dei pochi esempi superstiti di archeologia industriale, diventato nel 1998 sede del Parco Regionale dell’Appia Antica e centro visite: in questi giorni, precisamente dal 12 al 15 febbraio l’edificio ospiterà 2025 – Future Environment Human, un concentrato di arte, multimedialità e riflessioni sul futuro del rapporto uomo-ambiente. Questa incantevole cornice, la quale già al suo interno accoglie alcune opere dell’artista sardo Pinuccio Sciola vicine al tema della manifestazione (le famose Pietre Sonore), ospita nei suoi due padiglioni principali una mostra permanente e un succedersi di eventi tra performance di teatro, danza, musica, live djset, videoproiezioni, dibattiti, workshop, giochi interattivi. Ideato e realizzato dalla giovanissima associazione capitolina Seven O’Clock in coproduzione con Dead Poets Society (senza dimenticare il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura, Creatività, Promozione Artistica e Turismo, del Dipartimento Cultura di Roma Capitale) e in collaborazione con Dugong Film e lo studio di architettura stARTT, il festival mostra le riposte che i diversi artisti hanno dato al quesito sul futuro dell’ambiente e dell’essere umano al suo interno. C’è chi ha rappresentato questo ormai flebile legame bloccandolo al fine di contemplarlo, tenendo presente la ciclicità del tempo e delle stagioni: l’ispanica Viginia Lopez in Changing Leaves ha immerso ogni signola foglia della sua installazione in un velo di cera d’api per realizzare questa contemplazione immanente. Parlando di contemplazione anche Feedback di Marco Bernacchia (conosciuto dagli appassionati di musica underground per il progetto Above the tree) costringe lo spettatore a osservare un tronco contornato da ombrelli, provando a evocare immagini indotte o memorie personali. Oppure c’è chi come il duo Grégory Lassere e Anais met den Ancxt, ha mostrato ai visitatori curiosi l’emozione che una pianta prova quando le sue foglie vengono toccate: in Phonofolium la pianta reagisce sonoricamente all’avvicinarsi delle “energie”attorno ad essa.

Il tema della denuncia è molto toccato in diverse opere: la veneziana Margherita Morgantin con il suo Codice Sorgente mostra in un video la deforestazione, senza colori né suoni o voci, come una silente mattanza volta alla riflessione sull’insensato e perpetuo gesto. Il collettivo d’eccezione Capodieci-Giuliani-Zanghellini in Talking Land – Cartografia incompleta d’un agrosystème dà voce ai commercianti di vari mercati tra Cuneo e Nizza, i quali lamentano la sopravvivenza della qualità, sempre meno importante rispetto la quantità e il minor prezzo garantito: l’audio delle interviste è fruibile tramite delle cuffie, mentre vengono esposti tutti gli oggetti che richiamano l’ambiente dei mercati. Chiude il cerchio della denuncia il video del pugliese Ryts Monet il quale in The magic piper of Ishinomaki ritrae un asiatico musicista che accompagna lo spettatore nei luoghi devastati dallo tsunami del 2011, con una malinconica melodia eseguita con un flauto traverso.

Due installazioni sonore invece giocano con la produzione impercettibile di audio, entrambe di autori partenopei: in Cuprum, Daniela Di Maro mostra come il nobilissimo (ed ecologico) rame diventa parte di un circuito che collega mini-pannelli solari a mini-casse dalle quali fuoriescono i suoni fievoli delle energie, mentre in Unità minime di sensibilità Variant II -2010/12 Roberto Pugliese costruisce un groviglio ordinato di fili e speaker che emettono sinusoidi, costringendo l’interlocutore alla riflessione (anche qui contemplativa) sull’origine del suono.

All’entrata della struttura, distaccato dagli altri artisti, c’è l’opera del francese Ludo che, con la sua consueta commistione tra elemento tecnologico ed elemento naturale, regala un’opera di Street art appositamente creata per la mostra. Gli imponenti aranci di Giuseppe Licari si impongono al centro della sala su tre torrioni, come se fossero intoccabili: Il giardino delle mele d’oro è un richiamo a metà tra la mitologia e le usanze nei giardini di Pantelleria, forse tra tutte l’opera meno intuitiva riguardo il suo significato intrinseco. Tra le più originali c’è il Clorophyllian beats del belga Stephane Kozik, dove i microfoni posizionati sotto le piante amplificano il rumore delle gocce che cadono da delle flebo sovrastanti e sono visibili grazie all’effetto fluo delle luci. La semplicità è il tema di Cuore con ulivo di Marcantonio Raimondi Malerba, dove sotto una teca poggia la sintesi di tutto il dibattito: l’elemento umano e quello vegetale, vicini nelle loro forme più pure e intime.

Il programma del festival prevede moltissimi altri eventi di vario genere: ad aprire le danze nella giornata del 12 ci sono state le performance di Martin Romeo e Franz Rosati. Il primo con The Method ha posto l’accento sui movimenti apparentemente meccanici e disconnessi della danzatrice Cristine Sonia Baraga, il cui corpo diventa parte dello schermo, si presta al mapping e si mescola quasi combattendo con le immagini e i suoni. Tutto incentrato su luci e suono è Fields of Immanence del romano Rosati, un campo visivo creato da un laser in cui i fumi mostrano il lato etereo e intangibile della materia. Ha concluso la serata il djset di Simone Bertuzzi, in arte Palm Wine, colonna sonora gradevole per la chiusura in stile di una prima serata.

Nella giornata di venerdì 13 si terrà il primo dibattito chiamato Terra Usata, nome scelto dallo studio di archittettura stARTT che lo propone, una discussione sui limiti dello sviluppo (tema da oltre quarant’anni sulle bocche di scienziati, tecnici e adesso anche artisti) e sulle ipotetiche soluzioni realistiche volte al miglioramento di tali condizioni. A seguire lo spettacolo teatrale Quadrature del collettivo Tetraedo, che promette illusioni, riflessioni e spiazzamenti del pubblico presente e la performance audio visuale di Giuseppe Guariniello e Rocco Cavalera, i quali offriranno una visione alchemica del riavvicinamento dell’uomo con la natura (difatti il nome di questa è Conjunction). Non mancheranno anche i djset in chiusura, stavolta tre, a cura rispettivamente di Phantom love, Georgia Lee e Kick Milady/Femal Cut.

La prima serata, conslusasi discretamente, non può non far riflettere su un’annosa questione: e se la stessa buona volontà messa nella partecipazione a questo tipo di eventi fosse la stessa utilizzata per azioni più indirizzate verso la salvaguardia dell’ambiente in sé, non sarebbe un piccolo ma al contempo ottimo risultato? Ad maiora quotidie, che gli altri giorni ci possano far avvicinare a questo auspicio.

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