Cantico di una Piccola Farfalla Cieca – Capitolo 5

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Cantico di una Piccola Farfalla Cieca – Capitolo 5

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Il set del suo prossimo impegno era ancora in allestimento. Lemuri dalle bermuda d’olio saturo si districavano nella giungla di terminali e array, mentre cavi d’ossidiana pendevano dalla volta oscura del complesso, un cubo miracolosamente issato su una colonna di mercurio zippato; la pioggia dall’incedere tracciato pareva mandare in bestia i vari convenuti, al contrario dell’equipe che, assai professionalmente, montava ora la plancia della regia, ora i loculi per le varie emittenti: una ventina, in tutto, e per holding niente di meno che giganti globali e sensibilmente influenti. I vari protocolli con cui era imposta l’oggettività, tra cui tempi, durata, monopolio dei quesiti, colori del fondale, misse dei presenti, non sarebbero serviti a niente nel passaggio in quelle macchine diaboliche: automaticamente avrebbero distorto, filtrato, riverniciato l’ammasso di input in output rassicuranti per il pover uomo che, quando rincasa, non vuol certo un pianeta complesso come quello che ha appena lasciato nello sbattere la porta, un calvario deglutito nelle 24 ore su 28 che i sindacati corporativi hanno amorevolmente stracciato agli Autofrati. La gente non vuole essere sorpresa, solo vedere e leggere ciò che si spetta di leggere e vedere; che la notizia arrivi smontata, violentata e impacchettata, beh a loro pare una benedizione, un’onesta mossa per il bene comune, un gradino in più nell’evoluzione subumana. Voterebbero in assembla per mantenere questo beneficio, non altro che la solita stentata marcia verso la riduzione della complessità, un pezzo di stoffa sulla falla della barca del mondo. Di quei mistici marchingegni Viola conosceva tutto; non tanto la struttura, quanto i loro intenti, i dogmi ariosi a cui si piegavano. La magia alla fine supera qualsiasi tecnica le sia posta innanzi, e di questo i vari inviati parevano consci, a scrutare le occhiate di reverenza e terrore che a turno gli gettavano.

Si sedette appena il frutteto di candele divenne verde smeraldo, seguito dall’ammasso di gelatina e plastica chiamato speaker, che si gettò con spavalderia sulla cattedra al centro, e da una brunetta con labbra tanto turgide da fargli ringraziare in silenzio stesse dalla sua parte. Sulla sponda opposta si accomodarono un brizzolato ritardato e un grosso babbo natale in lutto.

Il candelabro mutò in amaranto, le spie si accesero, i distorsori scavarono solchi di brina nell’intercettare i segni di significato, e lui non riuscì a sopprimere un sorriso. Essendo una fonte legittimata, un volto tanto luminoso da colpire senza rimanere impresso, come fissare direttamente il sole e le sue città dimenticate, nessuno sapeva che aspettarsi da lui: poteva far prendere al discorso qualsiasi piega gli fosse frullata nella testa, e le telecamere non avrebbero potuto fare niente, e neppure i presenti. Ovviamente questo non era completamente esatto: il Concilio dava direttive, direttive precise e non interpretabili, tranne per il mezzo con cui raggiungerle. E lui era un mastino devoto, e non avrebbe mai tradito la loro fiducia; erano stati la sua casa, suo padre e sua madre, i suoi amici e le sue amanti, e sarebbero stati il suo senso, la sua morte; e ci sono vite peggiori, vite che non ti danno questi attimi di pura potenza, in cui la musica della tua voce vibra nelle fondamenta di milioni d’anime oscurate, dal gioco fonetico in atto, ora e sempre. Non importa qualche sia il livello di sfida, la sfida è ovunque, vita o morte; si muore in troppi modi, e si rinasce in altrettanti. Stop.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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