Hungry Hearts | Saverio Costanzo

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Hungry Hearts | Saverio Costanzo

Dopo la fortunata presentazione in quel del Lido, che ha fruttato due Coppe Volpi ai protagonisti, arriva nelle sale Hungry Hearts di Saverio Costanzo

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La scelta di non cavalcare l’onda della favorevole accoglienza ricevuta in concorso alla 71esima edizione della Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia, che ha fruttato alla coppia di protagonisti entrambe le Coppe Volpi, ha destato più di una perplessità tra gli addetti ai lavori circa la strategia attuata da 01 e dalla produzione (la Wildside di Mario Gianani e Lorenzo Mieli) per la distribuzione nelle sale di Hungry Hearts. Solitamente la vetrina festivaliera funge da traino, a maggior ragione se non ne sei uscito a bocca asciutta come nel caso dell’ultimo film scritto e diretto da Saverio Costanzo. Per cui, i quattro mesi circa trascorsi dall’anteprima in quel del Lido lo scorso settembre all’uscita fissata per il 15 gennaio hanno fatto storcere il naso a più di una persona. A mente fredda, invece, ci si può rendere conto che tale scelta ha dato la possibilità al film di sedimentare, fare altre importanti tappe nel circuito festivaliero (da Toronto a Tokyo, da Busan a Londra, passando per Abu Dhabi, Siviglia e Stoccolma), accrescendo di conseguenza l’attesa e la curiosità dello spettatore nei suoi confronti. Senza dimenticare il fatto che l’opera necessitava di un tempo tecnico per realizzare il doppiaggio, visto che è stata interamente girata in inglese. Per fortuna, la traduzione non ha, come in altri casi analoghi, depotenzializzato quanto di buono fatto dalla presa diretta e dall’interpretazione originale del cast, che potrà essere apprezzata grazie a una piccola percentuale di copie sottotitolate messe in circolazione tra le 150 disponibili.

Per il suo ritorno sul grande schermo dopo la fortunata parentesi sul piccolo con le due stagioni di In Treatment, Costanzo prende in prestito il romanzo di Marco Franzoso del 2012 dal titolo “Il Bambino Indaco” e ne fa un libero adattamento, modificando qua e là il racconto, alcune caratteristiche dei personaggi (la protagonista del libro è tedesca, mentre qui diventa italiana) e spostando l’azione da Padova a New York. Ci catapulta nella vita di due giovani, l’americano Jude e l’italiana Mina, che si incontrano per caso in un locale della Grande Mela e si innamorano. Poco tempo dopo lei scopre di essere incinta e si convince che il suo sarà un bambino speciale. Decide di proteggerlo dal mondo esterno e preservarne la purezza. Inizialmente Jude la asseconda, ma quando si accorge che l’ossessione della donna rischia di danneggiare la salute del bambino decide di portarlo via con sé.

Il regista romano, qui alla sua quarta prova nel lungometraggio di finzione, tradisce il testo da cui prende ispirazione, ma ne conserva intatta l’essenza; un tradimento che a giudicare dal risultato non ha intaccato la potenza empatica e catartica della matrice letteraria. Ne viene fuori una trasposizione viscerale ed epidermica, di puro istinto e libertà espressiva, capace di toccare le corde del cuore, ma anche di creare una profonda sensazione di angoscia e disagio nel fruitore, quest’ultimo chiamato a fare i conti con le sfumature e i diversi toni che colorano il plot. Diviso tra dramma familiare e sentimentale, Hungry Hearts è un film che parla d’amore nelle sue differenti sfaccettature, come un sentimento che spinto all’eccesso può tramutarsi in qualcosa che invece di unire può allontanare e distruggere. È la storia di una scissione e di una battaglia quotidiana per la sopravvivenza, che vede contrapposto l’istinto materno alla protezione morbosa che si fa ossessione. Il tutto in nome di un sentimento, nel mezzo di una travolgente storia d’amore. Una battaglia, questa, combattuta sul filo di un equilibrio precario destinato a spezzarsi. In un gioco continuo tra il dentro e il fuori, un angusto appartamento in quel di New York – metropoli vista come minaccia e cloaca caotica – si tramuta in una sorta di ring dove scambiarsi “colpi”, paure, bugie, mezze verità e parole non dette, che a lungo andare finiscono con il fare del male. Un neonato diventa l’oggetto di una contesa ideologica e di due modi diversi di amare. Quello stesso appartamento acquista il valore metaforico di in un ventre malato, che invece di alimentare rischia di uccidere colui che dovrebbe proteggere.

Costanzo torna allo stile rigoroso e asciutto di Private, non privo di soluzioni estetiche degne di nota, con inquadrature lunghe e macchina attaccata ai corpi in un pedinamento che si fa spasmodico. Ne scaturisce una danza a tre che coinvolge gli attori e la macchina da presa, quest’ultima costretta a farsi largo nel poco spazio a disposizione presente nell’appartamento. Come nella pellicola d’esordio, il regista capitolino è bravissimo a gestire l’unità spaziale, a non permettere che le quattro mura dove la storia è ambientata imbriglino la regia, la direzione degli attori e il loro campo d’azione. Per farlo “sfonda” le pareti con focali grandangolari e movimenti precisi quanto chirurgici, oppure con una macchina a mano che cattura senza mai intralciare il corpo a corpo tra un intenso Adam Driver e un’efficace Alba Rohrwacher, la cui interpretazione appare però troppo simile a quelle offerte precedentemente.

 

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