Cantico di una Piccola Farfalla Cieca – Capitolo 4.5

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Cantico di una Piccola Farfalla Cieca – Capitolo 4.5

capitolo 4.5

La platea contava qualche centinaio di persone, stipate nei gradoni progressivi d’un finto anfiteatro romano, impreziosito da finti logorii e reperti archeologici, giustamente finti per mantenere un minimo di coerenza. Sul palco, a un lato del coro del Destino, sedeva il gruppetto di radicali-rivoluzionari-riformisti pentiti dell’ala utopistica, dall’altro i garantisti, i legali e chi, in definitiva, al potere almeno un morso l’aveva dato. Il tema era il fossilizzarsi di gerarchie nel luogo, che in un secolo non aveva conosciuto apprezzabili cambiamenti, al di là dell’editor videointerattivo gratuito e di una pineta di alberi fuxia. Il Concilio aveva ordinato di patteggiare per i secondi, e lì si trovava, impassibile ma ben disposto ad ogni sguardo, che di rimando non si ritraeva quando proprio non gli ammiccava.

I primi a parlare furono ovviamente i sovversivi, troppo impazienti per capire il fianco che scoprivano secondo la più basilare tattica dialettica.

-Siamo qui, compagni e compagne, per parlare di nebbia. Una nebbia che avvolge i nostri salari, e le nostre speranze, e quei figli che alleviamo…i sogni che la storia ci ha insegnato, agognando orizzonti eguali, sono agonizzanti…-

Agonizzanti!- ripete il pubblico.

-Per colpa di chi? Ditemi, chi tagliuzza i nostri onesti miraggi?-

Burocrati!- le spalle del rosso, un esemplare di mezza età con caratteristica pancetta da bevitore e storte gambe da osteria, si rilassarono, aprendosi ai propri sfidanti.

-Già! Burocrati…guardateli…infangano e livellano per ingrassarsi, e ingrassare la loro infima genia. Il sistema che si è cementificato nel nostro amato circolo ormai è vecchio, e noi, noi popolo, dobbiamo dire basta, travolgerlo, distruggerlo. Non stare qui a subirlo, e crescere i nostri giovani servi e schiavi quali noi siamo. Rompiamo questa gabbia che tutti ci avvolge! Abbasso questi infimi surrogati che chiamano borse di studio, meritorcrazia, ricerca…il loro colore è la sottomissione, il loro odore quello metallico delle catene…guardatevi, guardiamoci…non vorremo sul letto di morte avere…-

-…rimpianti?-Viola si alzò, vuoto di presunzione e persino tremando -…posso, compagno?-

Non gli diede il tempo di rispondere; -Il rimpianto…è come dici, nessuno lo vorrebbe. Peccato che la risposta che tu cerchi, tale nuova ed equa era, non sia tua. Da quanto ne senti parlare? Probabilmente da ben prima che imparassi a camminare. Non affermo che quanto tu dica sia sbagliato, non sia mai, solo che non sia tuo. Il mondo non è uguale, e la libertà, haimè, spesso coincide con il nostro desiderio di Dio.- si rivolse al buio del pubblico, in apnea non potendo focalizzare quel giovane sconosciuto, eppur così garbato; -tuttavia, se è dio che volete essere, un dio dovete diventare. E c’è un terreno, nel mentre e per ciò, da attraversare. E non si fa insieme…l’odio lega, e dall’odio volete essere guidati? No, siete uomini e donne troppo giusti e savi…ma dentro di sé, ognuno…se poi incontrerete compari e sorelle, chiamatevi benedetti…ma lasciate che sia il lento logorio delle correnti a portarvi dove meritate d’essere…portate impazienza…volete giustizia?-

!-

-Ma ciò che vi domando è…avete sapienza? Non fraintendetemi…siete una comunità che si onora fin alle nostre orecchie, al grande e saggio monolite nero, eppure da soli mai fareste lo stesso? No, io dico di no, nessun savio lo farebbe…e voi non siete certo folli, no?-

No!-

-Quindi riflettete. I tempi portano questo, e un secolo è niente. Se volete che il prossimo sia vostro, o di chi che sia, smettete di fare scioperi, proteste, piazzare bombe…così perpetuare l’opposizione di maggioranza che siete. Piuttosto seminate, e chiusi in casa meditate su vie vere, concrete, amorali perché d’etica non si mangia…mangiate voi forse d’etica?-

No!-

-Bene…guadagnatevi il vostro sogno. Prendetevelo. Ma che non sia una mano di tutti e nessuno…che sia vostra…-

-Ma…- il bevitore fece per riprendere il riflettore.

-Io ero come voi. Mi sono solo rimboccato le mani. Sono sceso a compromesso con il mio credo ideale…e sapete cosa mi ha detto?-

Cosa?!-

-Nulla…non esiste, amici miei…non perdete giorni, e vite…non addormentatevi nei sudari dei perdenti…non accettate il saio degli sconfitti…l’uomo è retto forse dal fato, popolo?!-

No!-

-Dite giusto…no…esiste solo ciò che voi volete, e volete intensamente, nell’intimo, qui…- si toccò il cuore –…e qui solo voi siete re, qui unicamente voi decidete, e date nomi, e priorità…qui nessuno vi ubbidisce…perché, da ciò che ho sentito e ammirato, nella vostra utopia non c’è ubbidienza, nevvero?-

Mai!-

-Bene!…e allora coltivatevi orgogliosi di voi, delle vostre passioni, lontani da chi dietro una bandiera vi chiede il fio, e le vostre forze…peggio, i vostri desideri, cosicché voi non possiate più costruirli…toccarli…ah!-

Ah!-

-Quanta intelligenza trovo tra voi…iniziate a parlare, e non stendervi dietro coperte di disegni decrepiti…il passato non vi ha forse fatto vedere…ammettere, insieme ai vostri stessi maestri, che certe condotte non portano ad altro che a tragedie e miseria?-

Un movimento greve dei capi, assentendo.

-Io comprendo, comprendo profondamente…non vi piace questo mondo? Abbiate la forza di cambiarlo, ma, ascoltatemi, rifiutando i vuoti! I vuoti, come nella mia patria, la mai insufficientemente compianta Italia, trascinano alle malattie più gravi…e senza vuoti vuol dire a testa alta, non stormi di strabici pappagalli…innanzi a me vedo uomini forti e donne splendide, sane come solo in bianco e nero ridevano e lottavano. Andate a dormire, ora. Che sia l’alba del futuro, del tuo futuro…- si rivolse trionfante al rosso, tramutato in un gargoyle dall’infima fattura, -…quella di domani!-

Applausi, i soliti. Una performance leggermente al di sopra della media.

Un vecchio magistrato si avvicina, e gli chiede all’orecchio come ci è riuscito.

-Vede, eccellenza, il trucco consiste nel non ingaggiare il nemico, ma l’ambiente. E’ il terzo che si deve convincere, non chi si ha di fronte, di solito sparuto e di pura arenaria. Questa marmaglia si filtra che è un piacere, e si soddisfa con parole di ventura, non importa di quale indole…adesso le chiedo congedo, sono richiesto assai lontano da qui.-

Un fenicottero, questo di livello beta e finalmente glabro e inodore, lo attendeva appena fuori dall’edificio. Salendo intravide per un istante fugace il suo contraddittorio scemare in una goffa rissa, abbandonato dalla calca che, come sotto l’effetto di una ninna nanna, tornava placida al proprio focolare. Anche traditi e abbindolati, era appena stata data loro l’unica coscienza con cui potessero rinsaldare, a fatto, i propri torti. Ma dubitava che qualcuno l’avesse compreso appieno. In fondo, per quasi tutto il tempo aveva stillato frasi di salice e luccicante foschia: un sommo, garbato, ratificato niente. Ciononostante era pur sempre il suo lavoro, la sua vocazione; per i più romantici, null’altro che il suo terrificante, piccolo, incantesimo. E ogni evo ha propri stregoni, nel bene o nel male.

 

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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