I Cavalieri dello Zodiaco – La Leggenda del Grande Tempio

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I Cavalieri dello Zodiaco – La Leggenda del Grande Tempio

In concomitanza con i 30 anni di una delle serie animate, nonché già manga, più amate della produzione nipponica, esce nelle sale il film d’animazione de I Cavalieri dello Zodiaco, in una veste che ne rinnova decisamente l’immagine e lo stile. Sulla scia di quanto fatto, con ottimi risultati, per Capitan Harlock, Toei Animation si cimenta nella produzione di un film in computer grafica che, lungi dal limitarsi a donare una nuova forma estetica ai Cavalieri di Atena, ne rivoluziona stile e contenuti, pur traendo dalla prima incarnazione della serie l’intreccio di base.

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Ci troviamo così a fare una nuova conoscenza con Lady Isabel, 16enne inconsapevole di essere la reincarnazione della dea Atena, chiamata a fronteggiare suo malgrado la minaccia del Grande Tempio, sua dimora legittima, purtroppo in balia di un usurpatore che la vuole morta per consolidare il proprio potere. Al suo fianco, un manipolo di 5 ragazzi, i cavalieri di bronzo a lei devoti, che l’accompagneranno nell’impresa di liberare il Tempio dal sedicente Grande Sacerdote. Contro di loro la forza dei Cavalieri d’Oro, detentori delle armature che traggono il loro nome e potere dalle 12 case dello zodiaco e originariamente principali custodi di Atena stessa, ma ingannati e manipolati dall’oscura forza dell’usurpatore di cui sopra.

Le premesse del film sono arcinote a chiunque sia stato bambino o adolescente a cavallo fra gli anni ’80 e ’90, ma potrebbero risultare meno conosciute a chi bambino o adolescente lo sia oggi, ed è chiaro per una serie di fattori che un occhio di riguardo da parte dei produttori sia stato usato proprio in favore di questi ultimi.

Fra questi fattori, primari sono il restyling dei cavalieri e delle loro armature, così come le ambientazioni e il design delle strutture del Grande Tempio, passato dall’ambientazione greca classica della serie originale a una sorta di regno celeste, che richiama in modo palese la caratterizzazione grafica di molti videogiochi moderni, in primis gli ultimi Final Fantasy, ma anche Devil May Cry 4, per citare un altro chiaro esempio. Questa scelta, è bene dirlo, potrebbe far arricciare il naso ai più esigenti fan di vecchia data, ma è in sé una reinterpretazione tutt’altro che disturbante, anzi per certi versi non priva di una sua piacevolezza, sebbene si debba registrare una certa discontinuità nella resa complessiva di un comparto grafico mediamente di buon livello.

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Dove il film offre il fianco a critiche più severe è invece, e purtroppo, nella volontà di sincopare in 90 minuti una storia che, senza voler pretendere l’ampio respiro che una serie animata può dare, avrebbe comunque necessitato dei giusti tempi per essere dipanata in modo adeguato. La volontà di condensare in un’ora e mezza tutto il racconto ha avuto come vittime illustri in primis la caratterizzazione dei vari personaggi, che è stata decisamente semplificata tanto per protagonisti che per comprimari e antagonisti. Pegasus e compagni, oltre a veder estremizzati alcuni aspetti delle loro originarie interpretazioni a discapito del minimo di profondità e complessità che li caratterizzava, hanno un tempo veramente limitato per poter trovare ognuno un giusto spazio. Ai soli Pegasus e Isabel è dato modo di esprimersi in modo un poco più completo, mentre i restanti cavalieri devono accontentarsi di spazi assimilabili a cammei, per quanto in alcuni casi, come quello di Phoenix, piuttosto godibili in termini di resa scenografica. Il poco tempo a disposizione influisce in modo drastico anche su alcune discutibili scelte di montaggio, che vedono scene bruscamente troncate, oltre ad ellissi narrative iperboliche che, soprattutto dopo il superamento della casa del Toro, rendono l’intreccio piuttosto confuso, disturbando chi conosce la storia ma, si presume, rimanendo piuttosto oscuro anche e soprattutto a quanti non hanno modo di sapere perché alcune case siano letteralmente saltate a piè pari. Un discorso a sé meriterebbe poi l’atroce siparietto musical della casa del Cancro, da sempre il segno più bistrattato dalla serie, che in questo caso però raggiunge abissi di non-sense surreali per non dire agghiaccianti.

In un contesto cinematografico che vede dedicare un’estenuante trilogia ad una storia che avrebbe potuto essere raccontata tranquillamente in due episodi di metraggio standard, scegliere di ridurre ad un solo film, per di più di breve durata, un racconto che avrebbe meritato ben altro respiro sembra un autogol anche in termini di marketing. Certamente un’occasione sprecata per un prodotto che tutto sommato ha anche i suoi buoni momenti, da interpretare purtroppo come gli indizi palesi di potenzialità rimaste colpevolmente inespresse.

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Roberto Semprebene
Roberto Semprebene
Appassionato di Cinema e Videogiochi, ha fatto delle sue passioni il proprio lavoro. Ci tiene tantissimo a precisare di essere nato in un giorno palindromo, cosa che probabilmente affascina e stupisce solo lui!

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