Cantico di una piccola farfalla cieca – Capitolo 2

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Cantico di una piccola farfalla cieca – Capitolo 2

capitolo 2

Diventare ghiaccio, sapendo che non ci è concesso. Uno spettacolo di qualche pomeriggio, una smilza statua tra tozzi sorrisi, unicamente per orgoglio. Unicamente per nulla.

Nessuno sa capire l’altro. Nessuno. Si ama quando i tuoi piedi si fermano, e li saldi al terreno. E attendi il destino, con aria di sfida. Un piccolo arbusto innanzi il re dei venti, tra corti di sabbia e arabeschi di nuvole torride. Diventando ghiaccio, la libertà come un abisso, e qualcosa scorre, una lacrima invisibile tradita sui lineamenti tesi al non tradir niente.

Uccidendo la speranza. Uccidendo questa maledetta attitudine alla visione. Gambe stanche. Un loculo lo attende, dormirà per i due giorni che le scorte gli permettono di passare con attività rem annullata, e riprenderà le sue cose, qualsiasi catena esse siano. Adesso neppure se le ricorda. Adesso avrebbe bisogno dell’odore delle onde, delle prime soffiate di voglia. O di un coro, un coro di vecchi amici che non gli donassero altro che sorrisi sinceri, e leali. Lasciandomi solo. Lasciandoti sola. Sentendo che ci ritroveremo, sentendo proroghe d’inevitabile, e tuttavia indossare questa morte di petto, limpida, uno straziato presente che risucchia i motivi venturi, tragico filamento dell’arazzo della mia vita.

Viola si ferma, mette a fuoco le lettere civiche e inserisce le dita. La porta, d’un cedro quasi autentico, diventa oro e poi arancio, fermandosi infine sul verde, aprendosi. Una tenue pioggia blu l’accoglie, togliendogli i vestiti, pulendogli le sezioni a deperimento veloce e portandolo direttamente a letto. Lui pensa solo che sta di nuovo per addormentarsi, spaventato da quello che potrebbe trovare, creare…come se già non pulsasse in ogni scorcio nei suoi occhi; quel volto di porcellana che dondola, come scuotendosi da un fato beffardo -il destino non esiste, esiste solo ciò che vuoi davvero, e ciò che vuoi un po’ meno- e una piccola trivella che gli scava dentro, tanto dentro che non poteva immaginare ci fossero abissi del genere, in lui. Spazio sprecato.

L’amore grazia dalla complessità, per questo Viola teme d’eclissarsi. Perché non può fare niente di simile, niente di altrettanto forte, uno fegato troppo viziato e il mondo frastagliato, ancora. Un’occasione persa d’un reale più bello, solingo un sorriso non rotto da temporali di desideri bastardi. Darsi un nome. Darsi un colore, e donare la propria potenza prima che ti esploda tra le mani. Siamo troppo per noi soli. E il nostro sé si riversa sul sole come lente dalle forme contorte, e inutili. Viola sa l’alba di domani. Sa che non sarà quella che sperava uscisse da uno sguardo coraggioso un istante in più, uno solo. Il suo animo si liquefa con una lentezza soppesata, una lezione impartita a forza, e orecchie che vorrebbe apprendere, mancando.

Fanfare di cortei e parate martellano le pareti, ma il mogano da cui sono formate, questo originale fino al midollo e in parte senziente, smorza il frastuono con brillanti e spensierate risate. Russa l’uomo, anche il tempo delle chiacchiere è finito. C’è solo vernice, vernice rossa da quelle dita pallido rosato, ovunque; mappe di tesori che conosceranno l’eternità, e un pianto; si perdono tra i ricettacoli urbani e agresti dove piedi scalzi danzano i funerali quotidiani, imbrattando murales di chimere su muri di libertà, e percuotendosi nel ricordo d’un sguardo non coraggioso abbastanza per un istante ancora, uno solo: la disperazione è così poco varia, n’est pas? E cosa accadrà, guarigione o fenice, non cambierà l’adesso, un vortice sulla testa che ti scompiglia i capelli finché vedrai un vissuto sull’altra sponda. Rimarginandoti il giusto per un altro giro. L’impressione d’essere sempre tu a pagare. L’espressione che invece non hai davvero capito niente; di degradare l’umanità con un unico, sordo pensiero. Egocentrico.

Che incipit per una storia. Purtroppo, è qui che un individuo si comprende meglio. Stranamente, è qui che noi ci incontriamo. E, inevitabile e furente, è proprio  da qui, da qui solo, che voi mi seguirete.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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