Cantico di una piccola farfalla cieca – Parte 1, Capitolo 1

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Cantico di una piccola farfalla cieca – Parte 1, Capitolo 1

PARTE 1

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CAPITOLO 1

capitolo 1

Era una città assoluta. Una città perfetta. Un regno così impersonale e fiero da avere gerarchie a sufficienza per colmare ogni sega d’inferiorità, e un alone d’iniquità che giustificasse ogni benedetto fallimento. Un posto dove poter incazzarsi per nulla, e per tutto; sotto cui un inappagato rif di basso gira a vuoto, dimenticato dall’immenso indice celeste, e non si fanno progetti più lunghi di settimane…perché qui la gente impara ad essere realista, che nessun paradiso può esistere, che il pianoforte non entrerà, o un violino, o un clavicembalo di mela caramellata al curaro. No.

Era una città affamata, che non ne voleva sapere di fermarsi, e cercava di allargarsi alla prima debolezza d’orizzonti. Una città in cui comunismo terrorismo inferiorità infedeltà si coniugavano in un brodo di viscere e ipocrisia, e la cosa in fondo non dispiaceva davvero a nessuno.

Fagocitava pascoli e deserti albini, e contingenti di bocche s’insediavano di continuo, giunti da chissà dove, o chissà quando. Il suo appetito poi le sferzava anche all’interno, con roghi e cataclismi che salutavano il mattino in maniera sempre diversa, brutalmente superba. Il cielo non esiste più. Potrebbe essere roccia, o liquido seminale d’un qualche ritardatario titano. Il sotto ha il volto cristallino d’uno stagno perfetto, tanto che chi si specchia pare un goffo spaventapasseri sospeso tra siamesi disgrazie, o oscenità in certi distinti e allegri rioni.

Un giovane canta qualcosa, qualcosa d’un amore lasciato in un campo sterile, a pochi metri dal grano; dice che siamo fatti per chiederci le stesse cose, ma in tempi diversi. Un altro giovane scrive, del resto, che l’intima felicità è fuori portata. La faccenda quadra. Una canzone o un verso che s’adatta alla sua anima, un’anima portata a guinzaglio, aizzata contro ombre di cioccolata e coccolata tra freschi postumi d’incoscienza. Basta non pensarci, cristallizzare una versione accettabile. Andare avanti. Un abbozzo non iniziato, una metrica non finita, parole che scorrono sorrette soltanto da una splendida tristezza, ed il gusto dell’assoluto. Meglio di niente, sine dubbio di una qualsiasi, mediocre, illusione.

Tra i tetti buffi eserciti si contendono ideali morti, e agonie di peonie imprimono l’aria in gotiche lame sul cielo serotino. Ma il cielo non esiste. Questo l’ho già detto. E tutto si ripete.

I suoni scorrono velocemente, come un fumetto in cui in un secondo si sparano monologhi e profonde riflessioni, e va bene così. Un venditore di lassativi aromatici racconta la sua vita nel semplice arco del porgere il sacchetto, e il cliente, una nonna gonfia di cuoio, nel mentre ascolta, rielabora, e partorisce un interesse apprezzabile. Poco più avanti un gruppo di scheletri suona un inno lugubre di cornamuse e maracas, uno di questi giostrando pupazzi d’ossa e illustrando  così quei versi. Versi di un uomo con il retto scevro d’altezzosi neuroni, aspettando barcollante il ritorno, terrificante, dei giorni.

Gualdrappe d’identikit impressionisti calano come lingue assettate sul palato di granito e malta. Difendendo nidi di senso, senza spazio in cui volare. Senza madre. Dove sei?

Non c’è filtro, i sacri viatici che salvano la tradizione in un modo o nell’altro; le correnti informative li avevano disintegrati decise e calme come acqua tra rocce pazienti, ed il bombardamento colpisce dritto nel pneuma, il sentirci noi, al plurale, non lasciando che un vago aroma di pesce marcio, ed un intento simile al conato di risposta.

 

Così Viola cammina, pensando tra scogli immensi queste piccole gocce di niente. Lottando per dimenticare i cruciali momenti in cui ha fallito. Perché solo il futuro ci rimane: neanche una lacrima è più nostra, emozione esplosa a colorare il cielo d’ognuno, quindi d’alcuno. Ma questa non è la prima volta che devo dirvi che il cielo non esiste. Ergo tingerà un sostituto, gli inferi supponiamo. E c’è pure di peggio.

 

Uomini di plastica si aggirano per piccoli antiquari, d’ere mai giunte e glorie mai nate. Logorroici nani vendono agli angoli giornali sbiaditi, liste caotiche in cui l’annuncio dell’ennesima guerra si trova accanto al terzo seno rifatto della nuova Miss Sugar. Si parla solo seduti a un tavolo, con qualcosa o qualcuno con cui riempire lo stomaco; se no si va di fretta, urtandosi il più delle volte, e facendo finta di niente. C’è gente che torna a casa e muore poco dopo, dai lividi. Ma è accettabile: se non saremmo in troppi, ed è buffo notare quanto si sopravvive, trascinandosi. Gli dei non ci vogliono. Probabilmente hanno visto che effetto fa chiamare un popolo sul trono. Non che si possa biasimarli, pensò Viola, che come tutti i grandi eroi di cui si scrive, si canta o comunque si mugugna, era abbastanza ironico, e soltanto di rado si prendeva sul serio.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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