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Nel deserto, sulle montagne o in mezzo al tempo, i film del Torino Film Festival scoprono e negano il fascino dell’esser soli

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La fine di un festival, i luoghi che si svuotano e si smontano lasciano sempre un senso di desolazione, un po’ di nostalgia. E allora forse non è un caso che tra i film che chiudono il Torino Film Festival ce ne sia più di uno che affronta il tema della solitudine e della disperazione soprattutto nel confronto con la natura. Una tendenza che parte fin dallo scorso anno, quando il pubblico fu incantato dal bellissimo All Is Lost di J. C. Chandor, e che nel festival numero 32 ha trovato un’ottima sponda persino nella retrospettiva sulla New Hollywood, con La ballata di Cable Hogue di Sam Peckinpah. Sancisce il filone la presenza di due film posti in chiusura di manifestazione: Wild di Jean-Marc Vallée e Jauja di Lisandro Alonso, accomunati anche dalla presenza di attori importanti come, rispettivamente, Reese Whiterspoon e Viggo Mortensen.

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Il primo, diretto da Jean-Marc Vallé si immette nella tradizione americana dell’uomo solo contro la natura, che ha dato vita a capolavori come Into the Wild: anche qui, la protagonista decide di attraversare tutto il Pacific Crest Trail, sentiero di 4286 km che attraverso tutti gli Stati Uniti dal confine con il Messico a quello con il Canada, per ritrovarsi e sopravvivere a se stessa e alla propria depressione: l’assunto denuncia subito però la natura del film che non trasfigura nulla, non racconta né celebra nessun mito americano, racconta in modo convenzionale e consolatorio una storia che senza sponde metaforiche o mitiche diventa del tutto incomprensibile. Errore in cui non cade Lisonso: il suo film, girato in 4:3 e pregno di echi al cinema stilizzato e rarefatto di Ruiz e Rohmer, Jauja reinventa una mitologia western spostandola di un paio di secoli indietro e portando il rapporto tra l’uomo solitario e la natura dentro un cinema simbolico e avventuroso, misterioso eppure umano, che riflette sulla storia e sul fascino dei luoghi come legami nel tempo. In questo modo, la solitudine del personaggio diventa per lo spettatore materia di fascino e stimolo, quando invece, i flashback, le parole usate come riempitivo, paiono una carezza consolatorio per impedire i capricci di chi guarda.

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Emanuele Rauco
Emanuele Rauco
Nato a Roma il 18 luglio del 1981, si appassiona di cinema dalla tenera età e comincia a scrivere recensioni dall'età di 12 anni. Comincia a collaborare con il giornalino scolastico e, dopo aver frequentato il DAMS di Roma 3, comincia a scrivere per siti internet e testate varie: redattore e poi caporedattore per il sito Cineforme, ora Cinem'art Magazine, e per la rivista Cinem'art, redattore e inviato per RadioCinema. Inoltre scrive per Four Magazine, di cui è caporedattore, e altre testate on line ed è curatore di un programma radiofonico su cinema e musica, Popcorn da Tiffany su Ryar Radio. Collabora per le riviste Il mucchio e The Cinema Show – primo mensile cinematografico per iPad – e per il quotidiano L'opinione. Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati su saggi e raccolte critiche, tra cui la collana Bizzarro Magazine di Laboratorio Bizzarro ed è spesso ospite in trasmissioni radiofoniche e televisive come Ma che bella giornata o Square e I cinepatici di Coming Soon Television. Ha un canale di youtube in cui parla di cinema, spettacolo, cultura e comunicazione.

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