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A chi continua a non essere facile

all’odierno degrado

a chi sta tornando a casa,

e a chi lo finirà.

 

Un eco inonda i mondi,

genera figli con gl’umori dei venti,

siede sui freschi troni delle menti,

e di nulla lascia gl’otri fondi

eppure rimarrà l’ombra sorridente,

il ribelle scherzo fuggito,

il guizzo d’un indaco ruggito,

d’una piccola parola, possente.

 

Prologo

Il sole tramontò lentamente sul metallo dominante l’orizzonte color ruggine, mentre il suo assorto dondolarsi aveva fermato il tempo che, mansueto, fluiva indifferente, inesorabile e sicura prigione in quei radi momenti dimenticata, senza graffi, senza lividi, senza rimorsi. Le mani ferme, il corpo immobile e stanco tra le iridi brune, sciolte nel paesaggio placido e sofferente; si sentiva giovane in quelle rughe che scavavano il volto come una vecchia quercia; per lui erano simboli di gradini fatti con fatica, non della lunghezza della scala percorsa. Dietro non valeva la pena voltarsi: la vecchiaia delle generazioni nascenti, l’udiva nel mondo che sotto respirava, ne coglieva il rantolio nel tempo morente…era giusto, inscritto dal principio; non restava che quietamente sedersi e riflettere su tutto ciò che il proprio esistere avesse significato. Si reclamava pace, un certo ordine prima che i giorni terminassero; nella ricerca che la sua vita era stata non si potevano segnare regioni, solo strade che infinitamente s’intrecciavano, orfane di morsi, per una rotta che adesso, pur non pretendendo di capire, voleva illuminare, forse col fine di trovarne il vento: una pretesa presuntuosa, un requiem banale, eppure non coglieva ansia o paura, né rimpianti nei ricordi, e nello stare assorto tra salici gementi avanzò sempre più una fragrante tristezza, una romantica nostalgia che avrebbe assaporato fino in fondo.

Patetico. Se ne conviene. E ne era conscio.

Nei giorni di lotte contro derive d’un pensiero morente rivissuti e rifranti, retti ed applauditi scogli bianchi, qualcosa non bastava: una piccola ombra vagante, un segreto assordante nella profondità, un tempo temprata…tradirsi; anche se anziano era troppo sensibile per dimenticarlo, e troppo testardamente coraggioso per sfuggirgli…un’angoscia sempre più fedele, nel dubbio se carezza d’uomo insicuro innanzi al cammino percorso o ciglio d’uno sguardo timoroso d’oltre, e d’altrove.

Fin da giovane aveva combattuto contro menti assopite tra il bianco e il nero, contro ciò che umano non era, ricoprendo la linda veste d’un intellettuale salvatore e salvifico, martire verso un mondo che, lesto, lo etichettava per difendersi, per comprarlo, per limarne le unghie, se mai ci fossero state. Aveva trasmesso ciò che poteva fino a svuotarsi, fino a serrare le palpebre…narrarsi, magari…rendere la propria esistenza un’ascesa forzata. Nessuno avrebbe potuto pensare che la sua vecchiaia sarebbe stata lambita dai rimorsi…eppure ce n’era uno, il grande buio… silente, solca lo sguardo. Di norma le crepe lo rendono soffuso, a lui un’opposta sorte era toccata; su questo si può anche non convenire.

Non c’erano altari a cui inginocchiarsi…il presente negli occhi degli uomini, e continuare a sognare le stelle: quanti confondevano questi due desideri, dimentichi d’occhi avidi di cieli. Dio poteva essere una catena, ma le catene più infime sono innominate, e ovunque. Aveva camminato sordo e sbraitando, un pittore intento all’unica opera prima che con vive aliene sfumature creava l’intima visione, toccando ogni corda che, guizzante, l’innervava…e attorno sempre più tele bianche, perse. Stanco e chino dipingeva, ancora, verso ciò che mancava, solitaria sfumatura, il tocco finale, il suo colore e, in quel mondo che amava straniero, non esisteva impresa più ardua…il continuo interrogarsi portava approdi d’alterità vissute e conquistate, non volti che ora poteva guardare: una vittoria interiore immersa in una resa esteriore…forse perché era rimasto l’unico, forse perché era sempre stato solo…e ciò non poteva essere lavato da cieche lacrime: il suo appartenersi, il suo essere pienamente il suo nome…non bastavano più…può essere bardo colui il cui canto è debole, chiamarsi aedo se i miti che narra non hanno futuro se non in salotti di arresi e indifferenti? I nipoti giocavano ignari, pieni di sguardi ancora capaci di meravigliarsi, sferzati dalla pioggia, cavalcatori di tuoni, perfetti creatori e spietati distruttori…il sorriso, porta verso il profondo, e l’urlo, monito a non avvicinarsi al sole…quella perdita doveva essere ripagata: la vita non poteva, almeno ciò credeva, concludersi in se stessa…morire nel silenzio è non avanzare pretese su alcuna immortalità; tuttavia, sempre meno per tratteggiare il sorriso d’addio…siamo per la morte, ciò è il semplice epilogo, ovunque e in ciascuna era…nel feroce scontro che infuriava ai piedi d’una martoriata betulla scricchiolanti eclissi dell’essere, e un fiato ormai corto.

Torna un pacato vermiglio su calcari riflessi, e scorci di ritorni s’intrecciano acidamente, simili a trivelle sopra un deserto svuotato…almeno un attimo, per l’eterna illusione del regno perduto…per il gioco di saper credersi, e rispondersi…il vespro di sé, degli uomini e di sconfitte abbozzate, e mai germogliate…qualcosa troppo flebile per sentire una terra, qualcosa fatto di rabbia eppure senza odio…alla fine, era tutta una questione di nausea.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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