Il precariato come status symbol culturale

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Il precariato come status symbol culturale

Dai Dardenne, passando alla mesta Italia di Risi, le lotte per il lavoro come specchio del mercato cinematografico

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A Latere, sguardi oltre il cinema

La crisi. Il lavoro. I precari. Una trimurti per chiunque faccia arte o spettacolo e voglia parlare della realtà. Un passe-partout, e spesso un alibi. Si prenda una storia qualunque e gli si dà lo sfondo della crisi, e il gioco sembra fatto. Però ci sono abissi tra chi vuole parlare del mondo e chi si limita ai propri occhi. I libri, gli spettacoli teatrali e ovviamente il cinema è pieno di giovani o meno giovani che vivono questa condizione, e alcuni film nelle sale in questi giorni portano a pensare che anche nel cinema c’è chi lotta e chi si lamenta. 

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I fratelli Dardenne hanno sempre lottato, si sono fisicamente messi a fianco di chi lavora e di chi per o con il lavoro soffre, seguendone i movimenti e i gesti, di fianco, un passo indietro e di lato. Da Rosetta fino alla Marion Cotillard di Due giorni, una notte, il lavoro, il pantano in cui getta le persone, è sempre stato al centro del loro cinema: con quest’ultimo film, ne raccontano il suo stato attuale ed europeo, raccontando la battaglia all’ultimo sangue di una donna per riottenere il proprio posto di lavoro, convincendo i colleghi a rinunciare al bonus di 80 euro al mese – il premier Renzi non si senta chiamato in causa, ché è solo un riflesso dell’Europa – che il suo licenziamento garantirebbe. Non è più solo una guerra tra poveri, ma un western in cui i fuorilegge non esistono, e il nemico ha la parvenza incorporea di 3 banconote. I Dardenne lottano perché è il loro cinema a costruirsi come presidio di umanità, solidarietà, vicinanza, come Ken Loach in cui però la essinscena fatta di piani sequenza prendi soffi di vita e verità inaspettati.
Marco Risi invece preferisce piangere guardandosi l’ombelico: Tre tocchi, punto basso dell’ultimo festival di Roma, racconta sei storie di giovani attori che sono costretti a lavorare, poverini, invece di fare gli attori. Come se poi fare l’attore non fosse anche un grande lavoro. Il punto di vista dei sei professionisti dello spettacolo potrebbe aprirsi al paese, a sguardo allegorico su tutti i lavoratori, a scavo interiore di sei uomini allo sbando. No, sono esseri da commiserare, con toni patetici e grotteschi poco ricevibili e digeribili, in cui in assenza di empatia con lo spettatore, che si potrebbe chiedere perché interessarsi alla storia di 6 attori nemmeno molto bravi, Risi preferisce alzare i toni, venare tutto di tragicità, compatendo come reietti i suoi attori, anziché portarli a lottare e rompere le barriere. Involontariamente è la metafora di modi diversi di intendere il precariato: da un lato chi pensa sia proprio dovere prendersi i diritti che gli spettano, dall’altra chi tira su un triste centro d’impiego, per dare due spicci agli amici, e magari dar loro un’inutile pacca sulla spalla.

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Emanuele Rauco
Emanuele Rauco
Nato a Roma il 18 luglio del 1981, si appassiona di cinema dalla tenera età e comincia a scrivere recensioni dall'età di 12 anni. Comincia a collaborare con il giornalino scolastico e, dopo aver frequentato il DAMS di Roma 3, comincia a scrivere per siti internet e testate varie: redattore e poi caporedattore per il sito Cineforme, ora Cinem'art Magazine, e per la rivista Cinem'art, redattore e inviato per RadioCinema. Inoltre scrive per Four Magazine, di cui è caporedattore, e altre testate on line ed è curatore di un programma radiofonico su cinema e musica, Popcorn da Tiffany su Ryar Radio. Collabora per le riviste Il mucchio e The Cinema Show – primo mensile cinematografico per iPad – e per il quotidiano L'opinione. Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati su saggi e raccolte critiche, tra cui la collana Bizzarro Magazine di Laboratorio Bizzarro ed è spesso ospite in trasmissioni radiofoniche e televisive come Ma che bella giornata o Square e I cinepatici di Coming Soon Television. Ha un canale di youtube in cui parla di cinema, spettacolo, cultura e comunicazione.

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