Jansi, la Janis Sbagliata. Al Teatro Studio Uno

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Photo Credit: Pamela Adinolfi - www.pamlanephoto.com

Fra il grigio e il dolore, Janis, quella vera, non ha scelto, bensì si è condizionatamente alternata alle due correnti d’aria fredda. La sua voce le ha graffiate con impeto ma non è riuscita a domarle. Non sembrano essere lontani i tempi in cui ironizzava “O Signore, mi compreresti una Mercedez Benz? I miei amici guidano tutti Porsche, devo rimediare”, nel suo brano Mercedes Benz.

Gli autori dello spettacolo “Jansi, la Janis sbagliata”, Adriano Marenco e Alessandra Caputo, per la regia di Simone Fraschetti, se ne ricordano bene, intercalandola, nei suoi panni lisi e vissuti, fra sfuriate psicotiche dedite al whisky Southern Comfort e rimpianti esplosivi memori dello storico concerto Monterey 1967, dove Janis Joplin venne assurta a regina dell’evento al pari di un certo Otis Redding.

Si cala assai bene nel personaggio, l’attrice Valentina Conti, che scialacqua spogli traumi sulla breccia dell’onda del successo dei giorni andati, su un manto di terra, sbatacchiando la disagiata pelliccia bianca, aiutandosi sgraziatamente con una lampadina della luce. Isteria solitaria dell’abbandono si direbbe, in nume di una psicosi individuale che si fa collettiva, in braccio a quel Jimi Hendrix che se ne va prima di lei. I suoi braccialetti, le sue collane di perle, quella sciarpa azzurro-rossa riaffiorano dal dimenticatoio di un gabinetto rosso tempra; oggetti rigettati e poi proferiti all’infuori e disseminati su se stessa. Oggetti malamente spolverati su un corpo disseminato di sbafi e lordure, bagnato e ferocemente divelto alla grazia divina. Non pervenuta. Il suo monologo, ricco e concentrato dal basso del suo esaltato tormento, è un acuto assolo di osservazioni sulla sofferenza spesa ai danni del buon corpo che fa sempre ricco capitale.

Sotto questo punto di vista, si decanta, filtrato nel dolore scarnificante, oscuro, viscerale, nel quale l’unica attrice in scena s’intinge con strepitosi risultati ed ammirevole coraggio, il funerale del blues. Viene quasi da pensare al recente Blues funeral di Mark Lanegan, al pari delle menzionate anime della Janis vera, Bessie Smith, Odetta Holmes, Leadbelly, plateali influenze sputate in pasto al pubblico delle 25000 occasioni. La Jansi, la lurida, si fa la ceretta con i rifiuti della terra, cospargendosi della cenere delle inutilità. Non ha nessuno in realtà. Lei è sozzamente sola. Dopo aver lasciato che le cose scorrano libere, senza filtri, in fronte alle cazzate della gente. Perché la sua è “voce di cuoio odoroso di fica e tabacco..”. Non si lascia addomesticare la donna lucida all’appuntamento con l’acne. Le sue sono più che altro incazzature di natura cosmica, qualcuno avrebbe da ridire.

Quello che vediamo e che riusciamo a raccogliere, malgrado tutto, sono soltanto sputi di whisky, pallottole terrificate e sfondi di sangue. Grazie alla possente drammaturgia inabissata nella graffiata e indomabile energia dell’icona musicale, fortemente coesa col presente, riusciamo a percepirne persino gli odori, a margine di sapori raccolti come semi a pochi metri da una scena spartana, nondimeno viscerale. Si esce con la sensazione della presenza, sulla secca lingua, di quella stessa terra che la Jansi sbagliata ha finito per assaporare. Colpiti e affondati.

Dal 6 al 9 novembre 2014
 Teatro Studio Uno|Sala Specchi
 Via Carlo della Rocca, 6 – Roma

 

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