TABÙ FESTIVAL, ALLA SCOPERTA DELLE DIVERSITÀ CON MUSICA E PAROLE

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TABÙ FESTIVAL, ALLA SCOPERTA DELLE DIVERSITÀ CON MUSICA E PAROLE

La terza giornata del Tabù Festival è interamente dedicata alle culture straniere. Sul palco presso la sala consiliare del Castello Visconteo di Abbiategrasso si alterneranno infatti l’antropologo Marco Aime con l’incontro “Dalla razza alla cultura” (dalle ore 17) e quindi la coppia di scrittori Marco Rovelli e Andrea Staid che terranno l’incontro “Servitù migrante” (ore 18.30) – entrambi gli eventi sono a ingresso libero. A concludere la serata (dalle ore 21.15) sarà invece il recital musicale “La meravigliosa vita di Jovica Jovic” con Jovica Jovic alla fisarmonica e Marco Rovelli (voce). L’ospite più atteso della terza giornata del Tabù Festival è sicuramente Jovica Jovic, un rom serbo maestro di fisarmonica cromatica. Jovica ha una storia personale iperbolica: i genitori ad Auschwitz, dove morirono gli zii partigiani; le persecuzioni in Serbia durante la guerra; i campi in cui ha dovuto abitare, in Italia, continuamente cacciato; la detenzione in un Cpt (Centro di permanenza temporanea) da cui però non è stato espulso grazie all’intervento di alcune personalità, tra cui Moni Ovadia. Jovica per 25 anni ha suonato la sua fisarmonica in vari paesi europei per poi approdare in Italia dove ha lavorato con personaggi come Moni Ovadia e Dario Fo, ha suonato con Vinico Capossela e Piero Pelù, ha collaborato con “I Malapizzica” e il gruppo jazz “Ottavo Richter”, e insieme ai suoi Muzikanti si è esibito in numerose occasioni, aprendo anche il concerto di Goran Bregovic a Milano. Questa sera per Tabù Festival si esibirà con Marco Rovelli mettendo in musica il libro “La meravigliosa vita di Jovica Jovic” scritto con lo stello Rovelli e Moni Ovadia. Il reading combina la narrazione orale con la musica in un modo assolutamente singolare; canti della tradizione rom e canzoni composte da Jovica si alterneranno alla lettura di brani del libro, chiudendosi con la canzone, inedita, scritta dal padre di Jovica nel lager di Auschwitz.

Dice Jovica: «Mio bisnonno è morto a centosei anni con il violino in mano. Io ho cominciato a suonare da bambino. La musica tzigana si suona in maniera diversa: non con le note, ma con il cuore. Chi suona con il cuore quello che sente, piange. Prima piange quello che suona, poi piange quello che sente. E questo a noi ce l’ha lasciato Auschwitz».

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