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PRIMA PREPARAZIONE ALLA FARFALLA

Odore d’incipit nel detestabile meriggio…oltre l’oscuro, nel linguaggio è morente il divenire…le  parole profumano di un presente per mani troppo unte per erigere…scivola, in un passato che è racconto, in un racconto che è riflesso…non siamo che narratori, il porci al mondo è storia…ora solo un’odissea scritta sotto dettatura, tra istanze che navigano a muta neutralità…come il fiore di fotocopie che mi germoglia attorno…capitale sociale…diverte sentire l’ambizione prevalere proprio nella non-letteratura…l’intreccio è schiavo di un sopravvissuto fordismo, o meglio dell’ideale post fordismo…coloro che se ne sono accorti, coloro consci di sguazzare in aridi letti…ne hanno fatto i loro castelli dorati…giungendo a perdere ogni coraggio…lasciando brividi di utopia al suicido…si è arrivati a uccidere per immortalare…non v’è eroismo nell’anticipare un attimo, la comprensione sarà un lumino acceso in più sul tuo ultimo giaciglio…un Ulrich girovago nell’orientale underground voterebbe laico monarchico assoluto…nell’avvenire che non contempliamo, che non si inoltra nell’attimo, in queste grafiche ghigliottine che decapitano, l’utopia è figlia di secessione…einerseitsan dererseits…anniento, destrutturo, assurgo ardito a milioni di miliardi di possibilità, facce, viaggi…vi intingo solo il dito…il giro di danza è futuro, il futuro è dimenticato, il futuro è vestito di ciclicità nella chiarezza marchiata dell’espressione…affonda una filosofia politica assai temeraria…non sa decidersi tra pratica supremazia…illuminata gestione manageriale…ed etica…il giusto…chissà se avrò letto il De Politica, Il principe…Hobbes…Rousseau…che dici? Sarebbe poi così importante? O forse no?…la semplice divergenza è che il miraggio di nascituri miti, adesso come in qualsiasi civile fantoccio, ha sentore d’irrealizzabile sogno, di radioso manichino a cui tendere, su cui proclamare…intoccabile…qui utopie e terrestri paradisi sono detenuti…a che serve un pudico emblema?

Valorosa e terrena morale tradisce orme…siamo arcaici nel comunicare, nel comunicarci…il logos non esplora, non giunge alla fine del mondo, e ancora oltre…non sfiora le possibili antitetiche mute che formicolano sulla lingua riposta, gli scenari molteplici di un’incandescente esistenza…al massimo si racchiude nella sua infelicità…per un po’ d’autonomia, dobbiamo sfigurarci, diventare niente, arrivare a disprezzarci per una purezza su cui scatenarci…non avere nulla da perdere…a ciò arriviamo? Nell’indefinito sterminatore di punto sterminatore di fiato sterminatore di sorriso…risiede la salvezza…di un domani, di un altro…innestare tessuti d’utopia nella ruvida seta che ci protegge…spaccando neon di aliena superbia…spaccando commiserazioni, innalzatrici di monumenti a se stesse…un blu di Hokusai, soffiato d’istintuale irruenza, e non rifluito…essenziale, poiché contaminarsi trasuda veleggiate braccia…di perturbante adamantio, nel vigoroso ritorno di me stesso…il rapportarsi si dequalifica a gestione di potere…il ritmo all’asservimento verso un risultato…struttura a tre, parallelismo, ripetizione, uso del noi, scelta del registro…forse Heideggeriani vi pasciate nel giusto, forse rimane unicamente la poesia…e probabilmente è sia troppo tardi sia troppo presto…linguaggio è uomo, oltre un pollice opponibile svecchiato, giusto per essere sollevato verso l’alto…sempre e solo verso l’alto…pedissequamente accontentato…linguaggio è ribellione, linguaggio è increspatura, linguaggio è carnale stravolgimento…era…più che cura dimagrante, il necessario si delinea nell’organico ritorno…un colato alfabeto aspetta, nel più intimo meandro…increato, inspiegato ideogramma…siamo neri cunei nella sua sinuosa forma…incespicando, volteggiando, lacrimando…un airone su lucciola lattea…per lui romito e nervoso schizzo su orlo d’azzurro (ancora ossessionati dal fendere aria in reami stranieri?)…per noi, imponente sussurro palpitante di tetra, smisurata essenza…non mare di gocce, tra dondoli di marchi, la cui rassicurante morbidezza relega a irlandesi necropoli…ma sterminato ventre, sfumato d’infinite tonalità…ceruleo…nostalgia di sale tra martoriati aneliti…pregando di percepire…forse un tremore che, da immemore tempo, aspetta…raffica, umile paggio di tempesta…di nuovo il mendicante brama clemenza e pane…i vestiti ornati di sputi…le menti, esauste di ingozzarsi di carogne, esauste di continue imboscate per non riflettere…nessun martirio, abbiamo bisogno di chiunque sia in grado di brandire una parola…oboe di risacca sia la marcia…d’evocatrici analogie sfoderiamo l’eco…di tifoni, ora,  riecheggi la nostra carica…

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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