The Evil Within: è tempo di tornare ad avere paura

Destiny insieme al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia per celebrare lo Spazio
28 Ottobre 2014
“ALL THE HOURS”, NUOVO VIDEO PER I THE ONCE
29 Ottobre 2014

Nei videogiochi come nel cinema, il genere horror è un prodotto che ha un suo zoccolo duro di fan, con alcuni titoli che riescono ad andare oltre e diventare successi di massa, conosciuti a livello planetario.

Questa è stata la sorte, ad esempio, di Resident Evil, la cui saga ha avuto origine nel  1994 ad opera di un autore giapponese di nome Shinji Mikami, lo stesso che oggi porta sulle nostre console e pc The Evil Within, per le insegne della sua Tango Gamesworks e del publisher Bethesda.

Per contestualizzare l’uscita di questo gioco va detto che il genere survival horror, nato e cresciuto con ottimi risultati sulle console a 32 e 128 bit, grazie a saghe come appunto quella di Resident Evil e quella di Silent Hill, aveva visto un po’ appannarsi i suoi fasti su PS3 e Xbox 360, piegandosi a derive shooter che nel semplificare e rendere più facilmente approcciabile il gameplay, avevano snaturato gli elementi di suspense e atmosfera che avevano reso grandi le precedenti incarnazioni. Volendo semplificare all’osso prendendo come riferimento la saga di Resident Evil: i primi 4 capitoli sapevano spaventare il giocatore, tenerlo con i fiato sospeso, fargli avere timore di andare avanti, dal 5° capitolo in poi è stato come passare da Alien a Starship Troopers

Probabilmente conscio di questa deriva, Mikami ha portato avanti The Evil Within come un progetto che ritorna a quello spirito primigenio che animava la sua saga alle origini: la disperata volontà di sopravvivere ad un orrore inaspettato e angosciante, facendo ricorso a risorse limitate in un ambiente che definire ostile è riduttivo. Le influenze del suo retaggio in questo nuovo prodotto sono forti e manifeste, per quanto in realtà The Evil Within si proponga come una sorta di mezza via fra Resident Evil e Silent Hill, con un approccio all’orrore che a sua volta fonde lo splatter e il gore – vedrete letteralmente fiumi di sangue scorrere in questo gioco – con una certa interpretazione psicologica tipica della matrice nipponica che presenta però anche degli influssi nolaniani (Inception è un titolo che molto probabilmente vi verrà in mente in una sequenza precalcolata appena al termine del preambolo).

Il gioco ci cala nei panni del detective Sebastian Castellanos, chiamato ad investigare con la sua squadra su un omicidio di massa avvenuto in una clinica psichiatrica. L’ingresso nella clinica rappresenterà per il detective la caduta in un incubo in cui sarà difficile distinguere realtà e soprannaturale, pur nella certezza che ogni pericolo che si corre porterà inevitabilmente ad una prematura – e atroce – fine.

Fin dal preambolo, ansiogeno come pochi altri, The Evil Within presenta le sue caratteristiche principali, in primis una cura estetica davvero notevole, sia per l’aspetto visivo, che, soprattutto, per quello sonoro, davvero spaventoso e importante per gestire le minacce, sebbene non così determinante come in The Last of Us. In termini grafici, gli effetti particellari sono straordinari, dai giochi di luce alla polvere in sospensione nelle stanze, la resa dei modelli poligonali e dei dettagli davvero efficace, ma la fluidità del gioco è inficiata da occasionali rallentamenti e da sporadici ritardi nella risposta agli imput dati alla gestione della visuale. Niente di devastante per l’esperienza di gioco, ma abbastanza evidente in singoli momenti da non poterne tacere. Giocando a The Evil Within si respira un’aria da revival, e non per la presenza di zombie o simil-tali: chi ha giocato i primi Resident Evil non potrà fare a meno di riconoscere in alcuni elementi il tocco di Mikami, dall’apertura delle porte all’animazione delle morti del nostro avatar, dalle meccaniche di alcuni frangenti di gioco, in cui vi sembrerà di essere in fuga da Nemesis, ad una sequenza che è una vera e propria citazione del primo zombie incontrato nella magione di Racoon City.

The Evil Within presenta un remix di elementi che rimandano chiaramente ai titoli cui si ispira: per (ri)citare i più evidenti, Resident Evil e Silent Hill, ma anche Metal Gear Solid e The Last of Us – soprattutto per la possibilità/necessità di adottare approcci stealth – sono stati presi e frullati in una salsa rosso sangue che tiene perennemente in uno stato di tensione, come su console in tempi recenti al sottoscritto è successo solo con Outlast. Forse The Evil Within non sarà un prodotto totalmente perfetto, ma che bello poter tornare ad aver paura del buio al termine di una sessione di gioco!

Comments on Facebook
Roberto Semprebene
Roberto Semprebene
Appassionato di Cinema e Videogiochi, ha fatto delle sue passioni il proprio lavoro. Ci tiene tantissimo a precisare di essere nato in un giorno palindromo, cosa che probabilmente affascina e stupisce solo lui!

Comments are closed.