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Andrea Bosca, ritratto A tutto Tondo #RomaFF9

L’attore esordisce alla regia al Festival di Roma

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Recentemente visto nel discusso Pasolini di Abel Ferrara, con un cameo onirico del protagonista, l’attore dagli occhi color ghiaccio, Andrea Bosca ha presentato qualche giorno fa, all’interno della rassegna Alice nella Città il suo primo cortometraggio da regista A tutto tondo.
Una storia che unisce la realtà di una città come Roma alla Smokey Mountain di Manila, nelle Filippine, attraverso un cortometraggio di quindici minuti che parla di affetti, famiglia e isolamento. Tema attuale qui al Festival del Cinema di Roma trattato anche nel film Trash di Stephen Daldry ambientato nelle favelas brasiliane.
Andrea questo è il tuo primo cortometraggio da regista, raccontaci com’è nata l’idea.
Tutto è nato quando siamo andati in Manila per presentare Magnifica Presenza al Moviemov Italian Film Festival, una kermesse di cinema italiano nelle filippine e in Thailandia. L’organizzatrice Fabia Bettini, dopo averci fatto visitare la città nella sua realtà più ricca e sfarzosa, se vogliamo più americanizzata, ci ha proposto di vedere la vera Manila, facendo visita a questo posto dove le famiglie vivono cercando di riciclare dei rifiuti e proprio in mezzo alla montagna di discarica hanno eretto delle casette.
E’ stata un’esperienza incredibile, perché mi sono reso conto che la condizione di vita di queste persone non determina la loro felicità anche se vivono in una situazione al limite del possibile, hanno una forza e una serenità incredibile. Volevo trovare il modo giusto per far conoscere questa storia che parlasse di Tondo, per l’impatto emotivo che aveva lasciato a tutti noi della troupe come un vero momento di condivisione.”

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– L’hai fatto dando vita al cortometraggio.
Abbiamo iniziato a girare in Italia un anno dopo, anche grazie a Leonardo Cinieri Lombroso che aveva registrato degli spezzoni di quella giornata e ne ha fatto un documentario. Tutto il gruppo di persone colpite da quell’esperienza si è mosso per dare una mano a quei bambini, come Jennifer Ulrich (Diaz), che ha fatto una mostra fotografica a tema, Leonardo che mi ha dato il materiale, grazie al quale ho potuto generare una storia che si svolge ai giorni d’oggi da noi a Roma tra un ragazzo e questa famiglia di filippini. Il mio personaggio possiede tante cose ma ha perso il senso di famiglia e condivisione, finendo per isolarsi, non riuscendo a superare un lutto. Cosa che invece per quel popolo viene affrontata con una festa in onore della persona deceduta.
Dopo questa esperienza dietro la macchina da presa, possiamo dire che è nato un regista?
Le mie ambizioni restano da attore, per questo recito nel corto, perché è naturale per me, ma avevo l’ambizione di far vivere questa storia. Mi serve una storia che mi colpisca per cimentarmi in qualcosa che non sia il mio mestiere, altrimenti non ha senso e trovo che non sia giusto che tutti facciano tutto. Non credo di essere in grado di lavorare in base ad una commissione che non rientri nelle corde del mio lavoro, preferisco il mondo della recitazione e della direzione degli attori, in questo caso però è stato bello imparare e circondarsi di bellissime persone che ti danno una mano. Moltissimi professionisti si sono uniti al progetto e hanno dato una mano come la Asher Film, Federico Schlatter con la sua troupe per la fotografia, ma anche alcuni incredibili attori che sono venuti solo per fare un cameo come Giorgio Colangeli, Paola Minaccioni e Salvatore Striano. Spero di aver reso giustizia all’emozione vissuta sul luogo.

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