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I droni sono tanti, milioni di milioni #Venezia71

Cosa s’impara dal cinema: Venezia 10° giorno

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La guerra ormai è un fottuto spara tutto in prima persona. Lo dichiara il colonnello interpretato da Bruce Greenwood in Good Kill, film di Andrew Niccol che ha chiuso il concorso della 71^ Mostra del cinema di Venezia. E’ una riflessione cross-mediale. Ma soprattutto una verità politica, da quando i droni – o meglio aeromobili a pilotaggio remoto – sono diventati gli “uccelli” più avvistati sui cieli mediorientali. 
I droni sono gli aerei senza pilota, comandati da terra e in zone sicure da piloti professionisti attraverso un telecomando che sembra un joystick, e dotati di telecamere di altissima precisione che permettono riprese ravvicinate da più di dieci chilometri di distanza, per poter mirare e fare fuoco senza paura della contraerei, che a quell’altezza non può nulla. Il film di Niccol si concentra sullo spaesamento del soldato, o meglio del pilota, costretto a terra a far finta di volare. Come un The Hurt Locker dieci anni dopo: sappiamo che in tecnologia, 10 anni sono un paio di ere geologiche, e i due film sembrano parlare di due universi paralleli, anche cinematografici: nell’ottimo film di Bigelow, il soldato era un assuefatto alla morte (death junkie, come si dice anche in Good Kill), che aveva bisogno di avere a che fare con le bombe, il sangue misto a polvere, di una battaglia in cui si uccideva con l’onestà – presunta e ideologica più che reale – di guardare il nemico negli occhi; nel pessimo film di Niccol, il soldato ha semplicemente voglia di volare, certo anche di uccidere i nemici per il bene della patria, ma soprattutto di volare, di seguire il suo sogno per tonare ad amare. Non si uccide più, non si muore più nella guerra secondo Obama. La distanza lascia i colpevoli con le mani pulite, solo il ciglio un filo umido, al limite, ma senza urla, strazi, puzza di morte.

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I droni però sono diventati anche straordinari per vari tempi di esigenze civili: sorveglianza aerea, ricerca e salvataggio, e arte, come nel cinema, campo nel quale permette riprese aeree di straordinaria fluidità ed economia. Tanto che Good Kill sarebbe potuto diventare anche un teorico saggio di regia in merito. Compito che preferisce lasciare ad altri. Paradossalmente e involontariamente a un film italiano che con droni e teoria del film c’entra poco: vale a dire Perez., opera seconda di Edoardo De Angelis, che racconta un noir urbano con ampio uso di piccoli aerei per panoramiche ad alta quota e persino stupefacenti steadycam. Come con la fabbrica, vita e morte e cinema sono faccia della stessa ambigua medaglia. Come insegna l’ultima annata di 24.

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Emanuele Rauco
Emanuele Rauco
Nato a Roma il 18 luglio del 1981, si appassiona di cinema dalla tenera età e comincia a scrivere recensioni dall'età di 12 anni. Comincia a collaborare con il giornalino scolastico e, dopo aver frequentato il DAMS di Roma 3, comincia a scrivere per siti internet e testate varie: redattore e poi caporedattore per il sito Cineforme, ora Cinem'art Magazine, e per la rivista Cinem'art, redattore e inviato per RadioCinema. Inoltre scrive per Four Magazine, di cui è caporedattore, e altre testate on line ed è curatore di un programma radiofonico su cinema e musica, Popcorn da Tiffany su Ryar Radio. Collabora per le riviste Il mucchio e The Cinema Show – primo mensile cinematografico per iPad – e per il quotidiano L'opinione. Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati su saggi e raccolte critiche, tra cui la collana Bizzarro Magazine di Laboratorio Bizzarro ed è spesso ospite in trasmissioni radiofoniche e televisive come Ma che bella giornata o Square e I cinepatici di Coming Soon Television. Ha un canale di youtube in cui parla di cinema, spettacolo, cultura e comunicazione.

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