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Cosa s’impara dal cinema: Venezia 9° giorno

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In pochi si ricordano Luigi Pintor. Chiunque sa chi è Silvio Berlusconi. Il primo scrisse un titolo del Manifesto, che all’epoca dirigeva, che ha fatto epoca: “Non moriremo democristiani”. Il secondo sebbene fuori sulla carta dalla scena politica è una delle cause e delle conseguenze del degrado politico, culturale, economico e umano del nostro paese. Tanto che alla Mostra del Cinema di Venezia non si può voltare pagina, con buona pace di chi vorrebbe che si parlasse d’altro (come se 40 anni di storia si cancellassero con giornalistico voltare pagina), e i film che girano intorno alla sua figura dimostrano che tutti sanno chi è, ma forse pochi italiani sanno cosa è Berlusconi.
Sabina Guzzanti, che in Draquila lo ritraeva come un vampiro dedito alla speculazione edilizia sulle macerie di una città, in La trattativa ne illustra un’altra faccia: quella di marionetta in mano alla mafia, che lo manovra da molto prima della creazione di Forza Italia, presunto referente politico di Cosa nostra all’indomani delle stragi dei primi anni’90, e anche da prima di Mangano, il mafioso che Dell’Utri gli mise affianco per proteggerlo dai rapimenti che negli anni ’70 terrorizzavano il nord degli imprenditori. Probabilmente come sostiene Travaglio nel suo L’odore dei soldi, da quando la “famiglia” donò capitali riciclati (dal padre dell’ex-cavaliere) per cominciare l’edificazione del proprio impero economico. Berlusconi è un vettore quindi di deviazione economica, politica e istituzionale.

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Ma Berlusconi è anche un nome da dire, un esorcismo o una macumba, un faro culturale o un ostacolo insormontabile. Come in Patria di Felice Farina, che adattando in modo improbabile l’omonimo libro di Enrico Deaglio, racchiude molti decenni di storia contemporanea italiana in 90 minuti, senza “documentare”, senza immaginare e sena indagare. Ma declamando, dicendo, parlando come al bar o al massimo in un talk show serale, uno di quelli in cui “noi e voi”, in cui i partiti sono differenze ontologiche: siparietti con insulti tra fascisti e comunisti – in chiave “attuale” -, immagini da tg e alla fine volemose bene che è tutto un magna magna e siamo tutti nella stessa barca.
Un corollario sociale che Franco Maresco affonda chirurgicamente in Belluscone, in cui a partire dalla storpiatura del nome incriminato (letteralmente. E plurimamente) non si parla dell’uomo ma della metastasi, raccontando la società che ha creato mediaticamente e politicamente, ma anche il brodo di coltura in cui i germi della sua politica, del suo Arcore Way of Life, si sono propagandati. Appunto, causa e conseguenza. Di cui non ci libereremo che quando saremo in terre migliori, forse.

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Emanuele Rauco
Emanuele Rauco
Nato a Roma il 18 luglio del 1981, si appassiona di cinema dalla tenera età e comincia a scrivere recensioni dall'età di 12 anni. Comincia a collaborare con il giornalino scolastico e, dopo aver frequentato il DAMS di Roma 3, comincia a scrivere per siti internet e testate varie: redattore e poi caporedattore per il sito Cineforme, ora Cinem'art Magazine, e per la rivista Cinem'art, redattore e inviato per RadioCinema. Inoltre scrive per Four Magazine, di cui è caporedattore, e altre testate on line ed è curatore di un programma radiofonico su cinema e musica, Popcorn da Tiffany su Ryar Radio. Collabora per le riviste Il mucchio e The Cinema Show – primo mensile cinematografico per iPad – e per il quotidiano L'opinione. Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati su saggi e raccolte critiche, tra cui la collana Bizzarro Magazine di Laboratorio Bizzarro ed è spesso ospite in trasmissioni radiofoniche e televisive come Ma che bella giornata o Square e I cinepatici di Coming Soon Television. Ha un canale di youtube in cui parla di cinema, spettacolo, cultura e comunicazione.

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