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Cosa s’impara dal cinema: Venezia 8° giorno

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La magnifiche sorti e progressive, cantava scettico Leopardi qualche secolo fa. Nessuno, evidentemente, l’ha ascoltato, nemmeno tra gli intellettuali più acuto del XX° secolo. L’industrializzazione in Italia, cominciata a ridosso delle battaglie per unire la nazione, ha raggiunto il proprio picco nei due dopoguerra, quando si credeva che distruggere un uliveto in Puglia fosse simbolo di benessere, come mostra Davide Ferrario nel documentario La zuppa del demonio, in cui raccogliendo i documentari e i film industriali lungo molti decenni mostra come la fabbrica abbia fatto nascere il cinema e ucciso l’Italia.
Cuore del film è proprio l’idea stessa di fabbrica, come si è sviluppata negli anni, ma soprattutto come è nata la propaganda per rendere il progresso industriale un settore fondamentale della nostra economia a cui spettava il compito di mangiarne ogni altro, eliminando – come con l’agricoltura – o creandolo, come il terziario nato dall’indotto. Il titolo nasce da un commento a uno di questi filmati vergato da Dino Buzzati e il film mette in campo interventi illustri di illuminati autori che raccontano come la fabbrica fosse la cosa più bella che potesse capitare al paese, come la campagna significasse abbandono e sonnolenza e l’ILVA la nuova frontiera del sogno italiano fatto di posto fisso e automobile.

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Nessuno aveva capito e nessuno capì, o volle capire accecato dal miracolo italiano versione anni ’60, quanto la corsa sregolata al progresso fosse figlia di un capitalismo che aveva già perso la bussola e che usava le stessi armi delle dittature: immagini e parole. Territori distrutti e che oggi sono tornati allo stato naturale, ma uccisi e resi aridi, e di fronte a imprenditori illuminati come Olivetti, che crearono luoghi belli e sicuri per unire lavoro e benessere, sciocca il totale asservimento e la minima mancanza di senso ambientale, con il mar Mediterraneo tramutato in gioiosa discarica per vecchie carcasse e motori in disuso.
Eppure la fabbrica è uno dei nostri genitori culturali: è la fabbrica che ha fatto nascere il cinema, quando i fratelli Lumière sperimenteranno la loro invenzione fuori dalle loro fabbriche; è la fabbrica che ha fatto nascere il bisogno e la necessità di sicurezza, le rivendicazioni sindacali, le lotte che hanno cambiato lo schiavismo legale in lavoro; è la fabbrica che ha svezzato un paese da sempre incapace di fare politica ed economia. Solo che quella incapacità ha tramutato un genitore in una meretrice, un veicolo di ricchezza in un pozzo da depredare. Un cardine in un ostacolo da delocalizzare.

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Emanuele Rauco
Emanuele Rauco
Nato a Roma il 18 luglio del 1981, si appassiona di cinema dalla tenera età e comincia a scrivere recensioni dall'età di 12 anni. Comincia a collaborare con il giornalino scolastico e, dopo aver frequentato il DAMS di Roma 3, comincia a scrivere per siti internet e testate varie: redattore e poi caporedattore per il sito Cineforme, ora Cinem'art Magazine, e per la rivista Cinem'art, redattore e inviato per RadioCinema. Inoltre scrive per Four Magazine, di cui è caporedattore, e altre testate on line ed è curatore di un programma radiofonico su cinema e musica, Popcorn da Tiffany su Ryar Radio. Collabora per le riviste Il mucchio e The Cinema Show – primo mensile cinematografico per iPad – e per il quotidiano L'opinione. Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati su saggi e raccolte critiche, tra cui la collana Bizzarro Magazine di Laboratorio Bizzarro ed è spesso ospite in trasmissioni radiofoniche e televisive come Ma che bella giornata o Square e I cinepatici di Coming Soon Television. Ha un canale di youtube in cui parla di cinema, spettacolo, cultura e comunicazione.

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