Il cinema è l’unico esperanto possibile #Venezia71

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Il cinema è l’unico esperanto possibile #Venezia71

Cosa s’impara dal cinema: Venezia 6° giorno

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Nel 1872, l’oftalmologo Ludwik Lejzer Zamenhof, teorizzò e creò l’esperanto, una lingua che prendendo e mescolando regole e vocaboli da molti ceppi linguistici del mondo potesse far parlare il mondo e aiutare a creare pace e armonia fra i popoli. Ha fallito, come sappiamo, ma The Cut, il film di Fatih Akin in concorso alla Mostra del Cinema, ci conferma un sentore diffuso e condiviso, quasi innegabile. Ossia che l’unico linguaggio universale, capace di comunicare a chiunque senza bisogno di codici da conoscere è l’arte, e per sua popolare natura, il cinema più di ogni altra arte.
Innanzitutto, il film parte da un’idea molto comunicativa, figlia del romanzo, ossia racchiudere la storia di un popolo e di un secolo in quella di un uomo: il genocidio armeno, commesso dall’impero ottomano ai danni della popolazione armena all’inizio della prima guerra mondiale. Il protagonista si salva e parte alla ricerca della famiglia, soprattutto delle figlie, anche loro sopravvissute all’Olocausto, parte dall’Armenia e arriva negli Stati Uniti, unico luogo possibile per far chiudere un racconto del genere, il luogo in cui tutti i sogni del secolo breve, il XX, sono nati e sono morti. Ma il personaggio interpretato da Tahar Rahim è praticamente muto, o meglio lo è diventato a causa di un soldato che gli ha danneggiato la gola. E in un mondo in cui pochissimi sanno leggere, la sua odissea diventa soprattutto comunicativa. 

TheCUT-Photo2Akin fa allora comunicare il film con il personaggio e con lo spettatore attraverso quelle due forme d’arte allo steso tempo popolari e universali, musica e cinema: popolari perché raggiungibili da tutti e riproducibili in modi relativamente facili, universali perché usano il linguaggio sensoriale – vista e udito – in maniera ampia e immediata. il leit motiv che guida The Cut, e il pubblico, alla ricerca del vecchia famiglia nel nuovo mondo, è una canzone, che la moglie del protagonista cantava negli attimi felici della loro vita armena, una nenia che il compositore Alexander Hacke decostruisce e reinterpreta in molti toni, timbri e con diversi arrangiamenti. Ma il punto principale della riflessione di Akin sull’importanza della comunicazione artistica, e quindi pubblica, e di conseguenza epica, lo raggiunge quando in un campo profughi in Turchia, il novello Ulisse preferisce “l’imbroglio nel lenzuolo” (come il meridione definiva il cinema agli inizi del secolo) al bordello. E ritrova l’emozione, che in senso poetico è lo scopo ultimo della comunicazione, in un film di Charlot. Forse l’inventore dell’unico esperanto possibile.

 

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Emanuele Rauco
Emanuele Rauco
Nato a Roma il 18 luglio del 1981, si appassiona di cinema dalla tenera età e comincia a scrivere recensioni dall'età di 12 anni. Comincia a collaborare con il giornalino scolastico e, dopo aver frequentato il DAMS di Roma 3, comincia a scrivere per siti internet e testate varie: redattore e poi caporedattore per il sito Cineforme, ora Cinem'art Magazine, e per la rivista Cinem'art, redattore e inviato per RadioCinema. Inoltre scrive per Four Magazine, di cui è caporedattore, e altre testate on line ed è curatore di un programma radiofonico su cinema e musica, Popcorn da Tiffany su Ryar Radio. Collabora per le riviste Il mucchio e The Cinema Show – primo mensile cinematografico per iPad – e per il quotidiano L'opinione. Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati su saggi e raccolte critiche, tra cui la collana Bizzarro Magazine di Laboratorio Bizzarro ed è spesso ospite in trasmissioni radiofoniche e televisive come Ma che bella giornata o Square e I cinepatici di Coming Soon Television. Ha un canale di youtube in cui parla di cinema, spettacolo, cultura e comunicazione.

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