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Gli attori piangono per farsi consolare #Venezia71

Cosa s’impara dal cinema: Venezia 4° giorno

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Ce lo hanno insegnato i grandi scrittori moderni americani, come Roth, Dante e Bukowski: l’autocommiserazione è un ottimo modo di parlare di sé stessi. Forse è l’unico modo per farsi ascoltare ormai. Di sicuro lo pensano gli autori e gli attori, che alla Mostra del Cinema 2014 hanno portato un bel campionario di lagnanze del loro mestiere. Ma soprattutto hanno dimostrato che l’auto-umiliazione è la nuova frontiera del narcisismo.
Il re dei narcisi è Al Pacino, che potrebbe anche permetterselo a dire il vero. Ciò non toglie che nei due film che porta al Lido il mediocre ma onesto The Humbling e lo scadente Manglehorn, Pacino faccia di tutto per calcare la mano su quanto sia vecchio, male in arnese, depresso, rabbioso, inadatto alla vita sociale. Soprattutto nel primo dei due, diretto da Barry Levinson, Pacino tiene in piedi un one man movie di due ore descrivendo l’umiliazione di un attore senza più talento che non sa nemmeno più amare e si lascia trascinare in una relazione autodistruttiva. Pane per i suoi denti gigioni.

Shes Funny That Way - Owen Wilson and Imogen Poots HD Wallpaper

 

L’effetto è lo stesso del vanesio che dice di essere brutto per potersi sentir dire il contrario: come Michael Keaton in Birdman, Pacino deve coprire di fango il proprio ego per farlo sembrare più lucente, per cui occupa lo schermo per 112 minuti, lasciando pochissimo spazio a qualcuno o qualcos’altro, e cade, si mette in imbarazzo, si fa umiliare sessualmente da Greta Gerwig, finge di non saper recitare, si deprime e si deboscia, mette in mostra tutti i trucchetti dell’attori di mestiere che conosce pure Nicolas Cage. Legittimo, direte voi, specie se è un film costruito solo su di lui e che porterà forse il pubblico in sala come fosse un teatro. Forse. Ma a vedere la selva di film che parlano di attori, scrittori, cinematografari che non sanno fanno fare i conti con il mondo, viene da chiedersi se non sia giunto il mondo per buona parte dello spettacolo borghese di alzare gli occhi dal proprio ombelico e guardare alla gente, parlandole.
O almeno fare come Peter Bogdanovich nel delizioso She’s Funny that Way, in cui gli attori saranno scombinati e mercenari (anche letteralmente), ma almeno godono, vivono e sanno che al pubblico, dei loro affari, interessa il dovuto. Tranne se sono buffi.

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Emanuele Rauco
Emanuele Rauco
Nato a Roma il 18 luglio del 1981, si appassiona di cinema dalla tenera età e comincia a scrivere recensioni dall'età di 12 anni. Comincia a collaborare con il giornalino scolastico e, dopo aver frequentato il DAMS di Roma 3, comincia a scrivere per siti internet e testate varie: redattore e poi caporedattore per il sito Cineforme, ora Cinem'art Magazine, e per la rivista Cinem'art, redattore e inviato per RadioCinema. Inoltre scrive per Four Magazine, di cui è caporedattore, e altre testate on line ed è curatore di un programma radiofonico su cinema e musica, Popcorn da Tiffany su Ryar Radio. Collabora per le riviste Il mucchio e The Cinema Show – primo mensile cinematografico per iPad – e per il quotidiano L'opinione. Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati su saggi e raccolte critiche, tra cui la collana Bizzarro Magazine di Laboratorio Bizzarro ed è spesso ospite in trasmissioni radiofoniche e televisive come Ma che bella giornata o Square e I cinepatici di Coming Soon Television. Ha un canale di youtube in cui parla di cinema, spettacolo, cultura e comunicazione.

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