Ai messicani piace il piano sequenza #Venezia71

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Ai messicani piace il piano sequenza #Venezia71

Cosa s’impara dal cinema: Venezia 1° giorno

Se non sei messicano non apri Venezia, pare dirci Alberto Barbera, direttore artistico della Mostra che parte oggi con Birdman, nuovo film di Alejandro Gonzales Inarritu, secondo messicano consecutivo dopo il Cuaròn di Gravity. Ma ci dice anche che non sei un bravo regista messicano se non ti sdilinquisci con un piano sequenza.
Per chi non lo sapesse, il piano sequenza è quando si racchiude un’intera sequenza narrativa, un’intera azione, in una sola inquadratura senza stacchi di montaggio: può essere fisso o in movimento (come all’inizio di L’infernale Quinlan). Gravity parte con 17 minuti che fluttuano intorno a Sandra Bullock e George Clooney e alla loro riparazione di un satellite nel vuoto. Birdman “comincia” con 100 minuti dentro il teatro in cui il personaggio di Michael Keaton (quasi autobiografico) cerca di riscattarsi dopo una carriera da divo di blockbuster dimostrando di essere un bravo attore teatrale. In pratica, tutto il film simula – grazie all’aiuto del digitale – una sola inquadratura che segue personaggi e luoghi. Tutto il film in due sole inquadrature,più qualche flash.

Ci si chiede sempre di fronte a una dimostrazione di bravura e virtuosismo del genere, o almeno chi scrive se lo chiede, perché scegliere questa via, che senso abbia nella comunicazione con lo spettatore e nell’economia linguistica di un film. Forse nessun senso che non sia l’estetica pura, la voglia di stupire di ammaliare l’occhio dello spettatore. Nulla di male in sé, forse. Ma allora non c’è molta differenza con la “pornografia apocalittica” dei kolossal fantasy e di fantascienza di cui il film si prende gioco (definizione contenuta nel film e azzeccatissima). Il piano sequenza non dovrebbe muoversi in un mondo che l’autore ha preparato, precostituito, ma dare l’impressione che quel mondo esista già, a cui non servono trucchi per dare l’impressione del flusso, ma comunicare con quel flusso. Come fa Garrone in Gomorra e soprattutto Reality, come fa German in Hard to be a God. O Hitchcock o Sokurov. Un movimento di macchina in un mondo, non un mondo in un movimento. In attesa di Venezia 72, con Guillermo Del Toro. In piano sequenza.

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Emanuele Rauco
Emanuele Rauco
Nato a Roma il 18 luglio del 1981, si appassiona di cinema dalla tenera età e comincia a scrivere recensioni dall'età di 12 anni. Comincia a collaborare con il giornalino scolastico e, dopo aver frequentato il DAMS di Roma 3, comincia a scrivere per siti internet e testate varie: redattore e poi caporedattore per il sito Cineforme, ora Cinem'art Magazine, e per la rivista Cinem'art, redattore e inviato per RadioCinema. Inoltre scrive per Four Magazine, di cui è caporedattore, e altre testate on line ed è curatore di un programma radiofonico su cinema e musica, Popcorn da Tiffany su Ryar Radio. Collabora per le riviste Il mucchio e The Cinema Show – primo mensile cinematografico per iPad – e per il quotidiano L'opinione. Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati su saggi e raccolte critiche, tra cui la collana Bizzarro Magazine di Laboratorio Bizzarro ed è spesso ospite in trasmissioni radiofoniche e televisive come Ma che bella giornata o Square e I cinepatici di Coming Soon Television. Ha un canale di youtube in cui parla di cinema, spettacolo, cultura e comunicazione.

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