PRIMA NON SOPRAVVIVENZA

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PREDISPORSI – Per essere morto, morto inequivocabilmente, morto a prova di resurrezioni freno di diarree a presa rapida…per gonfiare di violacei lividi la paura, la paura del lampante, la paura che accarezzi dandoti brillanti attimi, flagellatori di adrenalina non in dote, quel pizzichino lungo la lingua e quel pugno solo infinitesimale aria sprecata…la paura che neanche conosci nei suoi lineamenti soffici, dolci e selvaggi…il selvaggio è una chimera con artigli capaci unicamente di scappatoie…scordati di rossi soli inseguiti, di cavalcature senza fatica e timore, di motociclette dagli inesauribili stomaci…per rinascere, rinascere piangendo aspettando la pacca accennata di uno sconosciuto, che preghi il suo pezzo di carta se lo sia guadagnato tra due lavori part-time e cinque fratelli da mantenere, rinascere nudi e inermi nella foschia di nuovi sensi per un paesaggio schiuso da abitudini d’argillosa pietra…per abbondare goliardici capitomboli…fatti male…deglutisco etiche rassegnate, ingoio predicatori d’equidistanze e rette vie lastricate di principi…fatti male…con le nocche assaggia i limiti naturali decisi per noi su un tavolino laccato…facilissimo…mi guardano allibito…colpisciti in piena faccia…risata confezione incredulità innervata, domanda riassumibile in polpastrelli serrati all’attaccatura dell’ultimo boccale …andare fino in fondo…finché i tuoi polmoni non scoppieranno…curiosità di chi li accarezza con labbra quiete…distruggiti, per riplasmarti dalla discesa nichilista del fottuto non-imperativo…sbaglia…con stile e classe…cingiti al tuo torto…per tornare…mi faccio male…caduta rovinosa nel mio primo abisso…

INGORDIGIA-Focalizzate un’attillata, arrugginita macchina del tempo, di quelle che riempivano le sere della nostra infanzia, tra famiglie afroamericane, viste da un paradisiaco ghetto anni ‘90, biondi e ambigui culturisti e vite tanto splendidamente normali che, fuori dal quadrato acceso, tutto puzzava di estraniata noia…saliteci…immaginate un cruscotto essenziale, quasi retrò…linea pulita e sobria…destinazione: infanzia esploratrice…attracco: la nostra boccuccia da album fotografico con gialli orsacchiotti diabetici, fessura tramite cui analizzare e colonizzare quel groviglio di colori che si estendeva al di là delle nostre manine…tagliate via tutti i no bacchettati che d’allora vi  hanno inconsciamente inculcato l’aritmetica delle calorie, acceso i roghi di coloranti e grassi, represso salive rigettate nel calderone delle voglie fanciullesche…ora alzatevi, indifferenza convinta a specchi e profili ritti…rewind, almeno per due settimane…almeno…non reprimete gli impulsi…abbandono…cibo come unica consolazione compagna maestra sfogo…cibo come bene più prezioso e appagante…se l’ennesima rubrica ripropone diete a zona, se le pubblicità vi dicono il peso in grammi della felicità…passate oltre…denudati…calmandomi solo aggrappato allo zenit del compartimento tenue…la nuova e malsana luce sotto cui vedo le mie priorità…abbandonati…la spazzatura, nata dall’espansione alimentare delle possibilità di arricchimento altrui, ci facilita il compito…l’aspetto e il gusto lontani da un palato allenato ed energia spendibile fanno il resto…avvelenati…se puoi in maniera raffinata, ma non è necessario per lo scopo…basta poco…fatti un giro in un centro commerciale, prenditi qualche minuto per gli scaffali di mezzo, dove la gente è costretta a transitare, dove di norma si espone lo schifo per farlo scivolare nei carrelli di piccoli peccatori che, poverini, sono lì per forza e hanno bisogno di qualcosa da espiare, di un proroga alla loro innocua piaga…l’etica del carrello…se proprio non hai ispirazione chiudi gli occhi e afferra a caso, oppure fai tuo cosa è più dannoso o visivamente proibito…voglio vederti pallido, lasciato dal sangue ormai trasferitosi nell’eterno capolavoro della digestione, voglio sentire la mia pancia tesa come la corda di un violino sul punto di rompersi per la violenza dell’archetto…accorgermi che vivo dal caldo dell’officina ai massimi regimi nel mio ventre…voglio che dimentichi volti, alterità, immagini di te…di me…fondate sull’apparire…un cadaverico lottatore di sumo nella civiltà sbagliata…qui le donne non ti venerano, non sei un leone che trionfa mentre ringhia sulla sua meteora, ma una mendicante pecora che crepa dopo un istante ad altrui scelta, lasciata agonizzare nello scherno dei passanti…diverso sguardo all’etichetta SBAGLIATO secondo la lista dei canoni, perché forse anche i tuoi vestiti, misura di perfezione, ti stanno stretti…

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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