James Blunt atterra all’Auditorium di Roma

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James Blunt atterra all’Auditorium di Roma

“C’è qualcosa di romantico, di malinconico e di solitario negli sbarchi lunari  –  spiega Blunt  –  un nostalgico ricordo di qualcosa di importante che facciamo fatica a credere di avere raggiunto, una volta successo, e che per qualche triste ragione non possiamo raggiungere più”. Certo è difficile immaginare la carriera di Blunt senza l’exploit di “You’re Beautiful”, il singolo best seller che lo ha trascinato verso vendite straordinarie e cinque nomination ai Grammy e brit Awards.

“Ciò mi ha permesso di andare in tour con una band. Poi ho registrato il secondo album, “All The Lost Souls”, e composto un album più profondo, più ricco. E poi il terzo, “Some Kind Of Trouble”, dove ho potuto fare il genere di canzoni che ascoltavo da adolescente e non riuscivo a replicare sulla mia acustica”. Soprattutto, Blunt ha raccolto l’eredità del rock melodico che ha milioni di fan in tutto il mondo e non va mai fuori moda, basta andare al recente trionfale passaggio al Forum di Assago dove hit come “Postcard”, “Goodbye My Lover” e “You’re Beautiful” si sono trasformati in cori collettivi a sottolineare la popolarità infinita delle sue canzoni romantiche.

 

Per “Moon Landing” ha voluto tornare a essere se stesso, facendosi accompagnare, nelle sessioni iniziali, dal produttore-musicista Martin Terefe e poi dal produttore Tom Rothrock. Il risultato è una raccolta di canzoni crude, dirette ed emotivamente oneste.

Alle 21 in punto le note di “So far gone” danno il via allo show. Blunt entra al sorpresa dal parterre della cavea dell’Auditorium, indossando una divisa da astronauta. Il tour, che prende spunto dall’ultimo album in studio “Moon Landing”, è un chiaro omaggio al 45° anniversario dell’allunaggio, avvenuto proprio (in Italia) nella notte tra il 20 ed il 21 luglio del 1969.

Quello visto a Roma è un James Blunt che torna alle origini della sua carriera, recuperando sonorità molto vicine a quelle del suo fortunato album di esordio “Back To Badlam”. Nell’alternanza tra brani nuovi e successi trovano posto nell’ordine “Billy”, “Wisemen”, “High”, “Carry You Home” e “Satellites”, tutte accompagnate da ottime immagini e giochi di luce.

Come ha spiegato lo stesso James Blunt “Moon Landing” è un album molto personale “che avrei fatto all’inizio della mia carriera se non avessi avuto subito successo. Parla di me e di Tom (Rothrock (Beck, Moby, Foo Fighters), che aveva già lavorato con James sul suo primo album,nda)il produttore, e ripercorriamo la nostra carriera, dall’inizio ad oggi”.

Sul palco Blunt mostra sicurezza e offre un ottimo connubio tra spettacolo e musica, grazie anche ad ottimi musicisti come Paul Beard (piano e tastiere), Ben Castle (chitarra soslista): John Garrison (basso), Simon Lea (batteria) e Christopher Pemberton (tastiere). Emozionano le versioni di “These Are The Words”, “Postcards”, la commovente “Miss America” (sullo schermo le immagini di artiste mai dimenticate come Janis Joplin e Whitney Houston)e “I’ll Take Everything”. James Blunt congeda i suoi musicisti e regala al pubblico un’emozionante versione voce e piano di “Goodbye My Lover”, per poi richiamare la band per la scatenata cover di “Coz I Luv You” degli Slade, e in cui si vede l’artista saltare in ogni dove e fare un incursione in platea. Preludio per il gran finale costituito da un poker di canzoni composto da “Heart To Heart”, “Same Mistake”, l’intramontabile “You’re Beautiful” e “So Long, Jimmy”. Pubblico tutto in piedi sotto il palco e con l’artista generoso in strette di mano ai suoi fans. Neanche il tempo di uscire che il pubblico richiama a gran voce i bis. E così Blunt torna sul palco, questa volta indossando una casacca laminata da astronauta, quasi a voler annunciare il suo ritorno sulla luna. Per i saluti finali tre grandi hit: la ballabile “Stay The Night” dal penultimo lavoro “Some Kind Of Trouble”, “Bonfire Heart” primo singolo del nuovo lavoro e l’immancabile “1973” (da “All The Lost Souls”). Non male per un’artista che neanche due anni fa aveva annunciato l’addio alle scene, dicendo di volersi prendere un po’ di tempo per se stesso e godersi i frutti del suo successo.

Ci sono canzoni introspettive (“Always Hate Me”, “The Onlyone”) e altre che suonano come colonne sonore per film non ancora realizzati, come “Miss America”, ispirata alla tragica morte di Whitney Houston. Altre che sono spudorate dichiarazioni d’amore (“Postcards”, “Blue On Blue”, o la struggente “Face The Sun”).

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Valentino Cuzzeri
Valentino Cuzzeri
Appassionato delle potenzialità dei nuovi media e la loro scientifica misurabilità, intraprende una carriera accademica incentrata sul Digital World. Fermamente convinto che il web rappresenti la nuova frontiera nell’ambito della comunicazione e dei Brand, inizia la propria esperienza lavorativa collaborando come consulente con alcune delle più grandi agenzie di comunicazione e marketing non convenzionale.

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