Il Cantico di Pietra Terzo Domani

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Il Cantico di Pietra Terzo Domani

Il Cantico di Pietra Terzo Domani

La salita all’inizio fu graduale, come gestita da un macchinario potentissimo che si temesse sottostimare. Poi con successive calibrazioni presero velocità, e si innalzarono all’interno di megalitico cubo di pietra viva. Apparvero murales sterminati e ipercinetici, in cui tozzi pittori dalle pupille bianche si accalcavano con una perfetta nevrosi orchestrata da una fenice inchiodata alla cupola. Laz se ne era già accorto, eppure solo allora, solo comprendendo il suo senso o intuendolo, aveva voluto darle sostanza. Come una visione spaventosa che s icerca d tacere, per la sua primordiale superiorità da una funzione.

-I nostri cantori…- Mirdo lo richiamò a oggetti meno misteriosi, per quanto inquietanti, -…disegnano le realtà alternative che avvengono per ogni istante di vero che cade.-

-Profezie?-

-No…non è concesso loro andare oltre, solo vedere i presenti paralleli che mai avverranno, o che comunque succedono lontani da qui…ma non è poco assicurarci di quanto saggio sia il nostro lento incidere…-

-Guardano ciò che non è potuto succedere? Gli Anemos immagino non gradiscono tanta cautela…-

-Quei Ninja giocano con il folklore per imbastirne uno loro, di folklore. Non sono esportabili. Presuppongono velatamente il vittimismo. Sono dei romantici con una gran voglia di farla finita, chiusi nelle loro prigioni secolari. Ora, i tempi evolvono. La storia non è ciclica. Ricorda che può sempre andare peggio.-

Alcuni ridevano, tastando le superfici. Ridevano delle disgrazie che non sarebbero toccate loro. O che forse erano a carico di qualcun altro. Si cullavano nello status quo. Erano pacati, anche nel festeggiare. Sembrano signori stagionati dell’alta borghesia che sghignazzavo di squisite fessure, tra orrenda allegria e allegra abitudine, o abitudinario orrore.

-Sono affidabili i vostri cronisti ciechi?-

-Sono affidabili le vostre bibbie?-

Poi apparvero saloni aperti sull’abisso, in cui gruppi di piccoli guerrieri ripetevano all’unisono o incastrati gesti e parole. Era arduo separarli, se non impossibile. Laz stava esplorando un unico, colossale organismo, di cui gli individui erano cellule e sangue.

-Non crediamo alle rivoluzioni, non crediamo alla potenza dell’estro. Tutto finirà, nessun ottimismo ci è regalato. Solo pensando questo, possiamo mutare le cose.-

Poi la cupola, istoriata con disegni maya, ipnotici, che non lasciavano spazio all’uccello mitologico che Laz credeva d’aver visto; al suo posto una distesa che spezzava brusca l’elevazione, e un vento leggero che li poneva su una piattaforma di legno.

-Io dovevo portarti qui. Ma devo lasciarti, fuori chiama e qui ormai mi sento in un vuoto troppo perfetto da gestire, pneumatico. Devi sono andare avanti, con passo regolare, e tutte le porte ti saranno aperte.-

-Grazie…credo-

-Non è un addio: ci rivedremo. Quando sarai fuori. O dentro.- E si rigettò nel tunnel di vento, scomparendo.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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