Il Cantico di Pietra Nona Estasi

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Il Cantico di Pietra Nona Estasi

Il Cantico di Pietra Nona Estasi

nove

Laz era inutile quanto una scimmia ignifuga davanti ad un incendio. Il suo fresco mentore aveva per stridente comparazione i caratteri di un dio leggermente furente: veloce, una bestia senza interrogativi sulla vita, sulla morte, perché se non danza ora e non dimostra la struggente e maledetta grazia del sopravvivere beh, non danza da nessun’altra parte. Istinto, era l’Anemos, e maestosità. Ma gli altri sembravano infischiarsene della poeticità di un ronin, e respinti riprendevano a bombardarlo in una nebulosa di scie rotanti e inappagate. Anche se incalzato, lui riuscì gradualmente nel suo intento: i Nanoih iniziarono ad accodarsi, ostacolandosi a vicenda quanto bastava perché Laz potesse distinguerli nitidamente. Erano dei nani, nani corpulenti e squadrati come scolpiti direttamente nella roccia, ed non doveva essere solo gonfiore se riuscivano a sostenere quel tipo di armature, che per la sola forza di gravità avrebbero dovuto baciare il centro della terra. Certe cose non si dimenticano. Certe idee reggono più vite che l’albero della vita stessa.

Lei con uno strofinaccio sul sudore del mondo fece zampillare di nuovo le strutture primarie. Tutto divenne ancor più linea, angolo, e intenzione. Eppure Laz di nuovo rimase fermo, come di fronte una spartanità troppo ovvia per essere compresa. Non muoveva un muscolo, un pensiero.

-Sei così terrorizzato, povero piccolo…hai la vertigine dalle troppe vie, chiedi ma non sai fare un singolo passo. Sei solo un uomo…- la sua risata scintilla fresca lungo le vene, un retrogusto di bruciore, –…fregatene.-

Il combattimento ormai è maturato. Lo spazio si è ristretto, in realtà il borgo non era mai stato più largo di due uomini, solo schermi accortamente disposti avevano fatto credere il contrario. Ora fumavano, i solchi dei colpi del solitario che nonostante i corti spazi riusciva a mulinare l’arma senza impacciarsi. Due fagotti di metallo dormivano spezzati, gli altri avevano rallentato il ritmo.

-Fregarmene?-

-Sì, fregatene. Ci penso io. Ti giustifico io.-

Ne prende uno a caso, non riesce a distinguere bene le proporzioni tanto le spalle larghe che gli dà sono incelofanate in una catena di montagne metalliche.

-C’è un tratto di corsa per raggiungerlo. Ascoltami, non è essere veloci o meno. E’ avere una linea, dispiegarla. Questo può avvenire solo se hai un obbiettivo, e ti ci lasci andare contro. Dimmi, cosa vedi?-

-Gambe sguarnite…- per avere più mobilità, se no sarcofagi avrebbero dovuto combattere.

-Appunto. Vai.-

Ci si butta contro, un passo a quattro tempi, nella totale indifferenza. La punta è rivolta al basso. Il foglio della realtà si apre lentamente, e chiaro appare la fessura sotto quelle tozze ginocchia. Lo stacco. E quello, facendo perno sul piede sinistro, ruota in una piroetta chinata che lo colpisce a fianco. A Laz si accede un buco nero nello stomaco, il risucchio d’aria si placa solo quando impatta su una lastra opaca, dalla fabula nascosta dall’intreccio, in cui si accende il flash di una performanza continuamente rimandata. Il crollo a terra è meno doloroso. Sbatte con un assordante rumore di ferraglia. L’aria torna. -Non ti facevo così pesante.-

-Divertente. Ora alzati.-

-Bella la storia delle linee…-

-Ne avevi una sbagliata.-

-Ma dai…-

-Provare, sbagliare, riprovare. E’ l’unica trinità di cui hai bisogno.-

Il disturbato lentamente si avvicina. Laz avverte i pugni che si stringono all’impugnatura del martello. Sui tetti ne vede altri. Sono organizzati. Sono un piccolo ed efficiente esercito di confine. L’Anemos continua a resistere, ma l’aria gli si sta stringendo contro. E’ comprensibile. Ansima.

-Ciò che voglio dirti è che anche se vai a rallentatore, il tuo tempo batte qualsiasi spartito artificiale…crediti intoccabile, si chiama effetto egoplacebo-

-Non mi sono fatto di abbastanza di interfacce digitali su un’incognita ludica…-

-Arriva.-

La trottola gli si avventa contro, e bonaria gli assesta un gran bel colpo. Laz si mette di profilo, per dargli meno superficie d’espressione d’altrui dolore. Il martello sfrigola nel mancarlo, e coccia contro i mattoni. Si incaglia, minuscole onde di propagazione lungo la parete.

Una manata d’acciaio sulla tozza testa simile a un collage d’ortaggi, una pessima idea a giudicare il dolore che esplode nel palmo di Laz; quello almeno per un attimo barcolla, ma riesce a rimanere saldo al manico che ironicamente ora gli serve da sostegno.

-La sua è una rabbia diffusa-

-E la mia una mano rotta-

Altre figure atterrano.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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