DISCO DEL MESE: “LOST IN THE DREAM” il nuovo album dei WAR ON DRUGS.

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DISCO DEL MESE: “LOST IN THE DREAM” il nuovo album dei WAR ON DRUGS.

warOriginari della Pennsylvenia e formatasi nel 2005, la band indie-rock americana di Adam Granduciel, giunge alla maturazione con il terzo album dal titolo Lost In The Dream (due lp più due ep nell’arco di nove anni). Esistono pochi dischi così voluminosi e ricchi di sfaccettature e se concentriamo la nostra attenzione specie agli ultimi anni forse non esistono, essenzialmente, dei veri e propri atti d’amore verso la musica, nella sua complessità evocativa. Perché il nuovo album dei War On Drugs è capace di evocare tutto un mondo a partire proprio dal titolo dell’album; ci dice moltissimo del tema del sogno e di quanti modi ci siano per riuscire a rievocarlo. La band, dove spicca anche il polistrumentista Kurt Vile, nonché seconda voce, ci riesce con un sound space-pop d’immediato acchiappo e di ricercata tessitura; fra studiati incroci ambient-rock e shoegaze la sognante voce di Granduciel apre a un mondo estatico che preferisce non enfatizzare nulla, lasciando il potere all’immaginazione, sulle basi di un roots-rock di primaria localizzazione. Caratteristiche che risaltano sin dai primi due brani, meraviglie del disco, Under The Pressure e Red Eyes (della bellezza di 8 minuti e 51 secondi il primo). In virtù della capacità di Adam di dare pieno risalto alle sonorità della band, dei rimandi al new romantic pop anni ’80 (gli Ultravox di Midge Ure su tutti) emergono chiaramente nel terzo brano Suffering e nel dilatato riecheggiare soft della trasognante Disappearing. Davvero complicato è associare questo disco a qualche altro capolavoro della storia della musica, ma quel che emerge da una serie di ascolti è di certo la vicinanza con il lavoro dei fratelli Knopfler dei Dire Straits, nella maniera di cantare e di approcciarsi allo jangle-rock dei riff di chitarra; basti ascoltare la stupenda An Ocean In Between The Waves, anima rock del disco. Ogni singolo suono riconduce all’immaginazione grande e potente del sogno, ne è una riprova anche la successiva Eyes To The Wind, distesa nel suo stratificarsi solidale. E se The Haunting Idle abbraccia decisamente le sonorità ambient, connaturate dalla chitarra nuovamente distorta ed echo-rock, Burning  si apre al Bruce Springsteen eighty. Il disco si chiude con il pezzo che dà il titolo al disco e con In Reverse, due distanzianti e definibili ascolti, apparentemente classici, che conservano una volta per tutte quella che è la doppia anima del disco: romantica e metafisica.

Recensione di Federico Mattioni

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