inFamous: Second Son. Un secondo figlio per l’overture generazionale.

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inFamous: Second Son. Un secondo figlio per l’overture generazionale.

inFamous Second Son

inFamous: Second Son.

Un secondo figlio per l’overture generazionale.

second son 1

Una fiamma persa in un sano oceano di distruzione. Questo è in sintesi l’idea che ci siamo fatti di Second Son, terzo episodio dell’ormai solido brand inFamous, all’evento di presentazione tenutosi ieri a Roma tra casse biohazard, foto segnaletiche e musica martellante. Per chi non avesse toccato i capitoli precedenti, parliamo di un classico action in terza persona in cui il protagonista si trova, gaudio o maledizione, a dover gestire superpoteri e villain roboanti nel più classico contesto sandbox. La saga targata Sucker Punch, al di là di questa descrizione che puzza ovunque di già visto, nel tempo ha saputo ritagliarsi una propria nicchia e una mole consistente di aficionados; vuoi per la storia accattivante e i bivi morali che la caratterizzavano, vuoi per la resa efficace del superuomo a spasso in una città resa sfavillante parco giochi, vuoi per l’estetica di tutto rispetto. E questa formula non cambia con l’ultimo arrivato, sul fronte numerico (il 3 che è sintesi tra tesi e antitesi) l’apice della maturazione, l’apoteosi del personaggio e bla bla (si aggiungano parole splendide quanto gonfie e inutili, la lingua italiana ne è piena; potete pure inserire qualche neologismo, vah).

Giusto?

Sbagliato. Second Son è un nuovo inizio, e per tanti, diversi, molteplici motivi. Come i precedenti è esclusiva Playstation, per quanto stavolta sia chiamato a battezzare la nuova ammiraglia Sony a fronte di un’offerta complessiva ancora latitante. È in parte una tabula rasa rispetto agli eventi che si erano conclusi con il sacrificio – snif snif – del vecchio protagonista Cole. Nuovo personaggio, nuova città, e vecchi problemi. Infine, lo stile che lo permea saluta i toni epici e drammatici dei predecessori e si getta nella corrente sbarazzina, frullato di rap e casual (con un tocco di grunge), che va tanto di moda ultimamente.

Partiamo dalla svolta tecnica. Second Son appartiene alla nuova generazione, pochi dubbi. Al di là di qualche compenetrazione di troppo nella demo che abbiamo provato, la grafica e la fluidità gridano ovunque “guardami” e “io sono diverso, io valgo!”. Vedere muoversi Delsin (il nostro sagace, smagliante e uber alter ego) tra strisce di energie ed esplosioni è un piacere estetico e, per fortuna, anche “agenziale”. Utilizzare i propri poteri, che siano laser o simil spade di fuoco, appaga il piccolo distruttore che e in ognuno di noi, e l’intero sistema ludico è asservito a questa sensazione. Velocità, arrampicate, combo e deflagrazioni si alternano senza soluzione di continuità, mentre civili comparse fuggono in ogni dove e coraggiosi paramilitari si immolano per il divertimento altrui, ergo nostro. Non mancano esecuzioni variopinte, tecniche speciali letteralmente esplosive e nemici all’altezza dei nostri poteri, comunque in gran numero a detta degli sviluppatori. I comandi sono rodati, immediati e in parte ripresi da precedenti episodi, per quanto il nuovo dual shock migliori il feeling tra input e azioni su schermo (della serie, la generazione è anche qualcosa di tattile).

Da segnalare la bellezza delle animazioni facciali (abbiamo conosciuto l’attore che presta fisionomia e voce al protagonista, il celebre e vichingo Troy Baker), che dà alle cutscene un respiro cinematografico e di assoluto impatto, e lo sfarzo delle ambientazioni. Lo scenario notturno che abbiamo provato era evocativo e al contempo tangibile, considerando che ci muoveremo in una riproduzione quasi realistica di Seattle, città di origine dei Sucker Punch (posto che non devono amare particolarmente, considerando le tentazioni nichiliste di cui è oggetto). Brian Fleming, cofondatore e producer della software house, ci ha promesso condizioni atmosferiche realistiche (pioggia, pioggia e ancora pioggia, del resto il sole non deve essere tipico di quelle parti se la gente si chiude nei garage a inventare generi musicali distruttivi e programmare sistemi operativi che plageranno il mondo. Muahahahah…hem) e tanto altro, e noi ci crediamo. Certo, l’intento esplorativo si appoggia più sull’estetica complessiva che sull’interazione con l’ambiente, limitata e strettamente funzionale ai nostri deliri distruttivi. Ma forse è anche colpa di GTA che ci ha abituato ad associazioni fallaci e ad aspettative talmente alte da essere meta.

La trama che sottende il tutto è ancora un mistero, se non per l’incipit e la presenza delle rodate biforcazioni bene versus male. Stavolta siamo alle prese con un giovane nativo americano, Delsin appunto; un ragazzo come tanti che, quasi per caso (ma il caso non esiste, mai nella vita reale e tantomeno nei videogiochi), viene investito da quei poteri che avevano creato un pirotecnico casino 7 anni addietro (leggasi vostre scorribande nei primi due inFamous). Ora l’opinione pubblica è al corrente dei conduit (leggasi omini e donnine con superpoteri ma ancora in cerca della giusta calzamaglia, cioè voi) e il novello DUP (leggasi Devi Urgentemente Perire, o anche Department of Unified Protection), organo governativo di cospiratoria memoria, cerca di contenere la nostra presenza per ridurla ad amabili resti. Come fanciulli in odor di grandezza, dovremo gestire il nostro potenziale e capire qual è il nostro posto nel mondo. Potremmo scegliere il lato oscur…hem, l’approccio malvagio (quello che nel concreto abbiamo testato nella versione di prova) nel nome di massacri e distruggi l’altra guancia, oppure il richiamo degli angioletti, tentando un’armonia con ciò che ci circonda. In base alle nostre scelte non muterà solo l’intreccio narrativo ma anche lo stile di gioco e i poteri acquisti (avremo un punteggio karma che, oltre a farci l’esame di coscienza, sbloccherà particolari mosse tra Dragonball e Attack on Titan). Nel primo caso avremo una capacità offensiva improntata sulla velocità, mentre nel secondo dovremmo essere più lenti, accorti e non fare errori. Di suo, il nostro Delsin è un tipetto con il suo carisma, cool quanto basta e assolutamente estasiato del proprio superiore ascendente. Piace, che possiamo farci, il sapor hipster finto-occidentale ha sempre il suo fascino e noi ne siamo consci.

Insomma, cosa ne pensiamo di Second Son appena prima della sua comparsa sugli scaffali di mezzo mondo? Che sia una proposta onesta, rodata, sul solco della tradizione (insomma, si va di riforma piuttosto che di rivoluzione) ma in grado comunque di sfruttare le nuove potenzialità della vostra fiammante Playstation 4. Ben venga quindi il punto a capo a livello di storia (ok, forzato, chi si immola eroicamente per l’umanità di norma non risorge, se non in qualche libretto di bassa lega) e un volto principale malandrino ed entusiasta. Questa è la filosofia Playstation, così si può iniziare una nuova generazione.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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