Helios, The Fray

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Helios, The Fray

Con Helios, The Fray puntano al tormentone da spot: ne perde la qualità della musica

The_Fray_HeliosDopo il boom di How to Save a Life, The Fray si sono sempre dovuti confrontare con un successo che nell’industria del pop rock mondiale, fatta di digital download e di next big thing a rotta di collo, è spesso labile e fatica a durare più di un singolo. Così, dopo aver raggiunto il vertice delle classifiche, mantenerlo è una battaglia soprattutto contro se stessi, il proprio pubblico a volte.
Helios, 4° album in studio per la band capitanata da Isaac Slade, mostra tutti segni di un ambiente musicale in cui se non sei un genio sei costretto a inseguire il pubblico, piuttosto che a farti seguire. E così, nel disco, si mescolano tutte le influenze dei piani alti della classifica degli ultimi 2 anni, dalla dance al pop classico, dal semi-rock che li ha lanciati al funky all’acqua di rose che i Daft Punk hanno riportato in auge con l’ultimo disco.

Helios si apre con Hold My Hand, brano nel tipico stile patinato ed emozionale del gruppo, seguito dal primo singolo, Love don’t Die, accattivante nell’echeggiare una sorta di swingin’ rock adolescenziale. Se il pretesto teorico del disco è fare una compilation dei generi o dei suoni che popolano radio e classifiche, la destinazione dell’album è evidentemente la tv, la colonna sonora di serie o film di largo consumo, le pubblicità: le chitarrine ammiccanti di Give It Away, la versione caramellosa dei Cure in Closer to Me (davvero, almeno il titolo, potevano camuffarlo), l’inno da stadio di Keep on Wanting, pronto per un trailer, la ballata simil-Coldplay in Break Your Plans, gli atteggiamento elettro-pop di Shadow and a Dancer, la chiusura d’atmosfera con Same As You.
L’unico brano, in questo calderone di stampini rubati ad altri, che pare avere una propria, pur flebile, personalità è l’accattivante Hurricane, l’unica canzone in cui l’ascoltatore non fanatico non si senta preso in giro da un gruppo che potrà far valere la scintillante produzione di Stuart Price e Brendan O’ Brien, ma che fatica sempre più a convincere il pubblico mondiale. Appassionati di Grey’s Anatomy a parte.

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Emanuele Rauco
Emanuele Rauco
Nato a Roma il 18 luglio del 1981, si appassiona di cinema dalla tenera età e comincia a scrivere recensioni dall'età di 12 anni. Comincia a collaborare con il giornalino scolastico e, dopo aver frequentato il DAMS di Roma 3, comincia a scrivere per siti internet e testate varie: redattore e poi caporedattore per il sito Cineforme, ora Cinem'art Magazine, e per la rivista Cinem'art, redattore e inviato per RadioCinema. Inoltre scrive per Four Magazine, di cui è caporedattore, e altre testate on line ed è curatore di un programma radiofonico su cinema e musica, Popcorn da Tiffany su Ryar Radio. Collabora per le riviste Il mucchio e The Cinema Show – primo mensile cinematografico per iPad – e per il quotidiano L'opinione. Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati su saggi e raccolte critiche, tra cui la collana Bizzarro Magazine di Laboratorio Bizzarro ed è spesso ospite in trasmissioni radiofoniche e televisive come Ma che bella giornata o Square e I cinepatici di Coming Soon Television. Ha un canale di youtube in cui parla di cinema, spettacolo, cultura e comunicazione.

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