Il Cantico di Pietra Quinta Estasi

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Il Cantico di Pietra Quinta Estasi

 quinta estasi

-Semplice, io vestirò il tuo sé: le tue profondità verranno rischiarate, gli echi remixxati, le meccaniche ricreate ad arte. Autore e lettore che coincidono. Io sarò il tuo appoggio…-

-Quindi dovrei prenderti sulla parola…fidarmi…accettarti…-

-Non devi fare niente, mi hai già reso tua; così naturale e ovvia che non ho bisogno di permessi. Nessuno tiene conto di “ciò che bisogna fare”: un uomo che sa cosa fare non è niente di ché, è uomo dell’oggi; qui io sono accettata…il vecchio, il gorilla più avanti, loro sono molto di più…una leggenda priva di profumo…qui io non posso funzionare…-

-Sono una sorta di povero sangue puro da spremere…ecco perché me: sono la chiave d’accensione, il carburante…-

-Affatto…non credo sarà questo il tuo epilogo…prendimi come un gioco, un gioco estremo…e comunque arriverai a portare il tuo fato, non esiste vittoria altrettanto grande…intendo essere uomini…attendi…e donne, visto il periodo. Andare oltre un collage di foto d’infanzia strappalacrime e propositi utopistici idealmente impeccabili e fattualmente improponibili. Essere la forza lavoro. Un martire il cui sacrificio nessuno ricorderà, ma che sarà impregnato in ogni aria. Chiunque ti avrà come padre. Esserne conscio mentre si lacerano le tue carni. Stivali fiammanti destinati alla corruzione della mente. O della pelle.-

-Sai come incoraggiare…-

-Ora sono te. Prenditela con te stesso.-

-Sei silenzioso per essere uno nuovo. Di solito istigate alla violenza tanto parlate…-

-Immagino l’onore spetti a te…-

L’altro sorrise, ondulando le sue grosse spalle, dando l’idea che una tale tranquillità non fosse per niente prevista. Probabilmente erano abituati a orde di fan boys che si assottigliavano metro dopo metro. Essendo in pratica un eletto, almeno una minimo di paura e rispetto erano ben accettati. Chi non ha regole necessita d’altro grande di una fiducia esterna, probabilmente. Da soli il mondo non si può reggere. E Laz doveva capire come funzionava.  Farsi un’idea generale, senza necessitare di una determinata forma. Poi il resto sarebbe venuto. Ecco ciò che aveva Laz. Vecchio di secoli, anche se imberbe. Ignaro, eppure con antica pazienza a scortarlo.

-Ma ok…dimmi, come mai possiamo camminare così indisturbati? E non dirmi che questo cappotto…-

-Possiamo perché l’attenzione collettiva non è onnipresente…un gigante che non può vedere sempre dove si annida il virus che cerca di stroncarlo…combattiamo in un macro-organismo gargantuesco, giovane…-

-Ma se abbiamo codesta sventura?

-Allora sono guai…guai seri…ma credimi, con me sei in ottime membra…-

-Saprai difendermi?-

-Che ottuso dub…-

Due lampi. L’Anemos è in ginocchio, il suo cappotto ascende e poi ricade con opportuna e patetica lentezza, gonfiandosi con estetica pulp e sci-fi.

Due figure appaiono alle sue spalle. Sono alti, snelli, carnagione scura e saio. Imbracciano lame, e le tengono come alla fine di un colpo. E crollano, stavolta di botto, senza post-produzione.

L’Anemos si rialza.

-Come vedi, sei in ottime membra.-

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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