Il Cantico di Pietra Quarto monito

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Il Cantico di Pietra Quarto monito

Il Cantico di Pietra Quarto monito

quarto monito

Poi questo prese il largo su un parquet che si divincolò tra onde marmoree terribilmente seducenti. Di quelle da flash di oltremodo molto anni 90, che il primo decennio del 2000 neppure l’abbiamo capito. Non lo capiremo mai. Non possiamo lavorare con il futuro. Il futuro è una grandissima perdita di tempo. Me ne sbatto del futuro. Dovreste farlo anche voi. E io sono qui unicamente per costringervi.

Laz lo seguì. Non degnò neppure di uno sguardo di addio il vecchio magister, sebbene nell’andarsene ci dedicò la mente, un pensiero egocentrico di ufatto che si può tuttavia ignorare, essendo non azione; essendo improduttivo. Anche sbattersene dell’intenzioni, per favore. Sarebbe il minimo, e un minimo apprezzabile.

Prese di nuovo l’ascensore. L’altro era così basso che neppure si sentì in dovere di dire la prima inutilità che vagabondasse per le sue sinapsi stanche. Poi la porta si aprì su un terrazzo, discretamente spartano nei suoi panni appesi a fili arrugginiti e nelle mattonelle sagomate dai crateri di mille amori caduti. Nessuno dice questo. Laz lo intuisce semplicemente. Ma l’intuizione è un’anguilla, posso iniziare un monologo ma non è possibile ghermirla. Come niente. Non vivete di benvenuti. Vivete d’addii. Lo dico per il vostro bene, perché se siete qui ormai bene ci vogliamo.

Questi, il nano, trotterellò fino al ciglio, da cui si dipanava uno spettacolo singolare: la solita meravigliosa città, un insieme caotico di mille tendenze e visioni, dal hi-tech al biologico, dall’inno popolare in cornamuse alla nuova musica classica che di classico non ha niente ma deve per la concreta incapacità di dare autonomi nomi al giorno d’oggi. Appena credi di aver assorbito un dettaglio questo fluisce nel suo opposto, e nel continuo bombardamento ti senti vuoto, tanto da regredire in un appiattimento di sentimenti assai blasé. Ma c’è qualcosa. Il guardarsi. Quindi Laz gli si avvicina, e aspetta una spiegazione.

Alla selva oscura di luce che inonda i gradini delle strade, l’essere assume le fattezze di una tartaruga, che con uno sguardo rallenta ogni dove al suo respiro.

-Per alcuni esiste un dispositivo nell’uomo, una sorta di snodo che semplifica l’interazione. Senza, ci perderemmo a contemplare la maestosità del mondo, e non riusciremmo a mangiare, dormire, esistere…come colpiti da abbaglianti eterni. Quegli alcuni hanno visto qualcosa. Ma capovolto. Il meccanismo complica.-

-L’arte e la nostra razza…dipendono da questo. Dal simbolo.-

-Ma se il simbolo dimentica la terra, dimentica il creatore? Se si istaura una tirannia in senso inverso, perché non un’overdose?-

-Vuoi darmi una cura? Per questo siamo qui?-

-Ti darò solo una vittima eccellente: tu.-

Nella cornice fiammeggiante del tramonto, la forma di Inokai acquista finalmente una propria tremula autonomia. Come se l’immagine vibrasse in base all’intensità delle parole; -io sono il supporto di questi folli, io sono lo spacciatore di sogni. Io ti farò credere in cose che tu neppure puoi immaginare. Io potrei farti adorare il tuo peggior nemico, e questo se ti volessi bene, bene davvero. Ma non farò niente di tutto questo. Niente visioni in più, ne hai già troppe. Io ti toglierò sostanza. Io ucciderò alcune delle tue interfacce, che sovrapponendosi ti inducono in errore, in peccato artificiale. Io ti disintossicherò .E non perché mi piaci, ma perché mi è stato ordinato. Perché sono neutro. Perché sono una costante, una cavolo di macchinetta che risponde solo ad un certo tipo di gettoni. Sei tu il genio che decide se il dialogo avviene o meno. Ma se hai le giuste conoscenze, non posso che piegarmi. –

-Da sempre siete schiavi?-

-E’ una simbiosi: ci sono i cronisti e le storie; c’è il rischio e la pace. Ogni parte serve l’equilibrio…amando e odiando, l’indifferenza è un’invenzione, una resa. Io ti odio, forse più degli spadai: gli Anemos sono così infantili. Ti racconteranno delle loro grandi imprese. E avranno ragione. Le vivono davvero, gliele facciamo assaporare noi, particella per particella…-, la sagoma si dilata, il guscio si ramifica in innumerevoli guglie gotiche, -…diamo loro lo spazio d’azione necessario, gli stimoli e gli scenari per compiere imprese decenti: un perenne sballo, un sogno. Noi lo alimentiamo. Noi li rendiamo decenti. Folli decenti. Ma tu…-

-Perché un trattamento diverso?-

-Non saprei risponderti, eppure “quel giro” significa solo una cosa…-, tira fuori un variopinto spurgatore, -…preparati. Il vuoto che sentirai non sarà piacevole. Immaginati…- i suoi contorni si fanno frastagliati, dalla mano di un bimbo inferocito, -…immaginati una caduta. E nessun risveglio ad attenderti, all’impatto.-

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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