Valerio Di Benedetto, il Dylan Dog che ama il cinema indipendente

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Valerio Di Benedetto, il Dylan Dog che ama il cinema indipendente

Four Magazine intervista Di Benedetto, al cinema con Spaghetti Story e a breve incarnazione di Dylan Dog nel film ispirato al fumetto di Sclavi.

valerio-di-benedetto-11-620x350E’ nelle sale cinematografiche con quello che è il vincitore morale delle feste, Spaghetti Story, il piccolo film a bassissimo budget che fa il tutto esaurito a Roma dal 19 dicembre e si sta estendendo a macchia d’olio in tutta Italia, invadendo anche tg e programmi televisivi, giornali e radio. Valerio Di Benedetto è un attore giovane, emergente ma già maturo, che nel film di Ciro De Caro ha elaborato più di una riflessione sul proprio lavoro. In attesa di “esplodere” come prossimo Dylan Dog.

Partiamo dal successo di Spaghetti Story, secondo te qual è il suo segreto? A cosa è dovuto?

Ogni volta che vedo il tutto esaurito in sala mi stupisco ma non mi pongo queste domande. Parte del merito è nell’ottima pubblicità derivata dai social e internet. E poi il passaparola, che vuol dire che il film piace e funziona. Una cosa molto importante che abbiamo fatto in questi giorni e parlare in giro del film, accompagnarlo, ringraziare gli spettatori di persona, in sala. Il primo giorno di prolungamento, il 23 dicembre, era un lunedì pomeriggio, alle 18,30 prima di natale, e c’erano 30 persone in sala. Abbiamo offerto loro pop corn e coca cola. Poi, cinematograficamente, credo sia un film ben scritto, ben fatto, veloce, ma soprattutto aderente alla realtà, ci si rispecchia, o ci si vedono amici che ricordano i personaggi del film. Una critica ci è stata rivolta durante la conferenza stampa: il film è troppo naturale e reale, ma per noi chiaramente è un complimento, perché per noi che lo abbiamo fatto Spaghetti Story è un modo di interpretare determinati fatti, vivere senza impostazioni, come il mio personaggio.

Chi sei nel film di Ciro, e secondo te il film come descrive il disagio e le difficoltà della tua generazione?

Il problema di questa generazione è che non c’è possibilità economica nell’affrontare la vita di coppia, a causa dei costi e delle spese eccessive, non si arriva alla fine del mese, letteralmente non come ritornello. Non si può programmare un viaggio, una vacanza, niente, ed è una delle frasi chiave che si pronunciano nel film. La mancanza di sicurezza è il vero disagio dei personaggi, mancanza data non dal proprio io, ma dalle condizioni sociali ed economiche; restano almeno i valori dei singoli personaggi e delle persone. Nel film sono un aspirante attore, mi sono ispirato a persone che tutti conosciamo, ne ho visti tantissimi, ma in parte anche a me stesso: la paura di considerare il provino l’unica occasione della tua vita, per la quale non ti è concesso alcun errore, ed è colpa della società, del meccanismo in cui siamo stritolati. In quel periodo, mentre giravo il film, un paio di anni fa, lavoravo poco, svevo addosso una grande ansia, non ero chiaro con me stesso in certe scelta e questo mi destabilizzava. In una scena c’è tutta l’ansia di un attore in un momento importante senza incoraggiamento. E’ impressionante: rivedendola ho sentito quelle sensazione e anche molti miei amici e colleghi..

Visto che hai fatto esperienze di vario tipo, cosa c’è di esaltante e cosa di stressante nel realizzare un film indipendente come Spaghetti Story?

Di stressante nulla, è stata una delle più belle che abbia mai fatto tanto che la sto rifacendo con un progetto simile dal punto di vista produttivo. E’ fondamentale una produzione di questo genere perché rappresenta una ripartenza culturale dal basso, che ti porta anche a rischiare di tuo , a vendersi la macchina, cercare il supporto dei fan con il crowdfunding e che mette in circolo un grande entusiasmo. Il piccolo budget in un certo senso limita il lavoro per la comodità, le paghe, gli aspetti pratici, ma non creativamente perché contano le idee alternative, la capacità di mettersi in gioco: alcune cose le farei diversamente, ma se ripenso al mio lavoro e a quello di tutto il gruppo non ho rimpianti. Il vero neo di queste produzioni e di questo modo di lavorare è la retribuzione che limita le scelte e ti costringe a fare dei sacrifici, ma la qualità del lavoro quando è buono come nelle produzioni che ho affrontato di persona non ti fa pesare la situazione. Certo, il cinema indipendente e low-budget ha bisogno di parecchi supporti, di aiuti di vario tipo, produttivi ed economico, proprio per rendere più giusto il lavoro di tutti, ma non ha nulla da invidiare alle produzioni mainstream. Anzi.

Parliamo del film su Dylan Dog, progetto attesissimo dai fan.

E’ vero, è un’attesa che sentiamo molto anche noi, e credo sia giusta vista la delusione per il precedente film americano ispirato al fumetto. La nostra carta vincente, credo, è stata un’unione d’intenti tra tutti i reparti, tutti abbiamo lavorato al 100% e ne sono orgoglioso. I dettagli, la cura, lo studio sull’opera originale di Sclavi contano moltissimo in questo tipo di progetti. Abbiamo concepito il film da fan del fumetto, ma lo abbiamo realizzato da professionisti del cinema. Lo stesso vale per il mio ritratto di Dylan, indipendentemente dal risultato che poi ognuno valuterà indipendentemente.Dovrebbe uscire ad aprile, ora è in post-produzione.

Progetti, film che devono uscire e qualche sogno che vorresti realizzare?

In attesa di Dylan Dog, sono coinvolto con il gruppo Silly Dog Productions per tenersi allenati assieme tra un lavoro e l’altro e sperimentare con corti e progetti paralleli per crescere insieme. Fra poco poi sarò in sala con Ti sposo ma non troppo, esordio alla regia di Gabriele Pignotta, nel quale avrò un cameo. Sogno un altro film come protagonista, ma se proprio devo sognare in grande, allora vorrei lavorare con Javier Bardem.

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Emanuele Rauco
Emanuele Rauco
Nato a Roma il 18 luglio del 1981, si appassiona di cinema dalla tenera età e comincia a scrivere recensioni dall'età di 12 anni. Comincia a collaborare con il giornalino scolastico e, dopo aver frequentato il DAMS di Roma 3, comincia a scrivere per siti internet e testate varie: redattore e poi caporedattore per il sito Cineforme, ora Cinem'art Magazine, e per la rivista Cinem'art, redattore e inviato per RadioCinema. Inoltre scrive per Four Magazine, di cui è caporedattore, e altre testate on line ed è curatore di un programma radiofonico su cinema e musica, Popcorn da Tiffany su Ryar Radio. Collabora per le riviste Il mucchio e The Cinema Show – primo mensile cinematografico per iPad – e per il quotidiano L'opinione. Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati su saggi e raccolte critiche, tra cui la collana Bizzarro Magazine di Laboratorio Bizzarro ed è spesso ospite in trasmissioni radiofoniche e televisive come Ma che bella giornata o Square e I cinepatici di Coming Soon Television. Ha un canale di youtube in cui parla di cinema, spettacolo, cultura e comunicazione.

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