Il Cantico di Pietra Primo Monito

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Il Cantico di Pietra Primo Monito

Primo monito

primo monito

Spiegami, o musa dai capelli di muschio e viole, il motivo che ossessiona, l’isteria d’un personaggio intagliato, ben tratteggiato e profondamente sezionato per balbettare i propri segreti, le semplici verità; dammi cagione del ventriloquo preteso dalla platea, trascinato dal teatrante. Consolami e guariscimi dalla malattia d’affidare a una sensazione, un profumo, una linea le mie parole…non perdendo tempo nel compiacere un lettore ideale, che mai mise piede su questa sciolta terra…perché l’orologio corre, il consumo si nobilita con concentrazione e superbia…e adeguarsi comporta codificazione e vecchiaia, la rivelazione un singolo istante.

L’astrattismo è implosione per esplodere in profondità. La scrittura si arrampica ancora sugli alberi, e dimmi, o saggia Follia, come fanno a trovar tanto attraenti tali scarabocchi su queste cortecce ormai lise? Lettura muta, perché se non v’è comunione neppure istiga un eterno motore.

Se avete bisogno d’un contorno per prestarvi al banchetto dell’ego, se necessitate un rigore e una corrispondenza giusto al fine di gustarvi il dessert, la parte migliore, minuscola, siete tristi sagome gonfie, e tenete la testa della musa in questione immersa nella fogna.-

Poi un silenzio interminabile. Le pareti dondolavano del tintinnio di una pioggia fragorosa, appena oltre la carta che le ricopriva. Disegnavano marchi confusi, guizzanti, imbrattati. Un misto di pittura a sputo e mercenaria cesellatura amanuense. Laz raccolse il fiato per rompere la stasi. Non era neanche a metà dell’opera che la voce riprese, più sciolta, da dietro le quinte.

-Non era indirizzata a te…Laz, giusto?- sembrava provenire dal trono, che tuttavia s’ostinava a rimanere sgombro.

-Questo nome mi sono trovato…-; decise di non scomporsi, aspettando che la fonte si rivelasse da sé. Non voleva subire quel tentativo d’orale sottomissione.

-Hai dimostrato stoffa, oggi, e non sono molti quelli che mi sorprendono al battesimo…anche se questa non è certo la prima volta che ho il singolare piacere…-

All’improvviso il podio si scrollò di dosso cascate di sfarfallii; a ritroso iniziarono a delinearsi fiumi in cerca della propria fonte, e la scritta sussultò, un lumicino che si sparge in una affamata corporea fiammata. Ne emerge un individuo dal capo a chiazze calvo, tanto che qua e là s’intravedono i barocchi merli del cranio. E’ monocolo, una frangia di capelli circumnaviga la mancanza, e vecchio: una vecchiaia poderosa, di solito appannaggio dei miti nelle proprie statue marmoree; vecchio però oltre la magnificenza, uno scorrere che Laz riconosce subito: il magister, nonostante il contorno che seduce ogni vera percezione, porta le mani al viso esattamente come qualche dimensione addietro, identico nel viso se non fosse decorato dalle cicatrici di una vecchiaia esplosa, e poi oscurata dal buio della creazione; -Ti ricordi di me?-. Laz non è scosso. Stanno tornando tutti. Vorrebbe solo saperne il motivo. Avere la pazienza per questa pasciuta illuminazione scalare.

-In parte sì…- si alza, e nonostante la robustezza non riesce a mantenere l’aura di potere concessa dal trono, -…non sei il solo ad aver visto Veio, ma certo vi arrivasti più in tempo di me…io, Frost, io sono quello arrivato tardi…-

-Non direi…- l’errante prese a girare attorno allo scranno; il magister lo seguì per un attimo con lo sguardo, cercando un minimo di empatia; poi si arrese, come abdicando ad uno schermo che nonostante miliardi di parole non puoi penetrare, e assunse una posa disimpegnata, da metanoia cattolica o buddista; meglio la seconda; Laz vide e non fece intravedere –voi siete a capo di una ribellione…-

-Ribellione? Drogati di sé, individualisti e impulsivi folli non fanno una ribellione, al massimo stucchevoli processioni pronte a immolarsi per la loro estatica estasi…-

-Anche se è solo questo che li muove…si vestono alla guerra, si oppongono, dicono no…-

-Non è abbastanza, non è rottura, Ovivoi forse ha cambiato qualcosa? Non ci sono scusanti per il fallimento, la ribellione non porta in sé automaticamente la giustificazione…sai già cosa c’è oltre queste mura di carta: la massificazione lambisce i nostri piedi, il diverso è tanto diffuso da risultare uguale…il problema, il fulcro, sta che noi, noi oltre, noi pionieri…non ne sentiamo più il freddo…se ci piace l’immolazione, se basta un passo inutile per cancellare l’umiltà, non meritiamo nessun futuro…-

-Le tue parole rinnegano l’aria in cui brillano-

-Ma non il proprio fine, Frost: tu…tu sei qui per un motivo…-

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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