Il tocco del peccato, di Jia Zhang-ke

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Il tocco del peccato, di Jia Zhang-ke

Senza via di scampo: quattro storie di morte per un  affresco spietato della Cina  contemporanea, firmato Jia Zhangke

28816Dallo Shanxi allo Chongqing, dallo Hubei al Guangdong, per raccontare quattro storie di morte, legate ad altrettanti fatti realmente accaduti in Cina in anni recenti. Per l’esattezza, tre omicidi e un suicidio che hanno scosso il Paese, diventati la base di un racconto in quattro atti indipendenti, che trovano di tanto in tanto fulminei punti di intersezione narrativa attraverso occasionali incontri tra alcuni dei personaggi coinvolti. È il viaggio da Nord a Sud, segnato da tappe di dolore, sofferenza e sangue, compiuto da Jia Zhangke per portare sul grande schermo un affresco spietato e crudo della sua Madre Patria. Il risultato è Il tocco del peccato, ultima fatica del pluri-premiato cineasta cinese, che dalla passata edizione di Cannes, dove nel maggio scorso si è aggiudicato un meritatissimo riconoscimento per la migliore sceneggiatura, approda finalmente nelle sale nostrane a partire dal 21 novembre con Officine Ubu.

Passando senza soluzione di continuità dal documentario alla finzione, Zhangke continua la sua personalissima esplorazione nel ventre malato e corrotto di una nazione, la sua, restituendo su uno schermo che si fa tela, una “natura morta” che, attraverso la cinetica, narra per immagini e suoni brandelli di esistenze immersi in un quotidiano che non concede alcuna via di scampo a chi, tra mille difficoltà, tenta annaspando di vivere. Sono le storie di un minatore pieno di rabbia che si ribella alla corruzione dei capi villaggio, di un emigrante di ritorno a casa che scopre le infinite possibilità offerte da un’arma da fuoco, di una graziosa receptionist di una sauna spinta oltre ogni limite quando viene molestata da un facoltoso cliente, di un giovane operaio che cambia invano lavoro nella speranza di migliorare la sua vita. Storie che si tramutano nella cartina tornasole di una condizione sempre più disperata e drammatica, in questo caso di una cloaca sterminata come la Cina, dove bene e male, ricchezza e povertà, diritti e violazioni, quotidianamente si confrontano faccia a faccia. Ed è ad esse che il regista si aggrappa con le unghie e con i denti per firmare una straziante e importante riflessione sulla Cina contemporanea, ma non solo. Si perché, la condizione e le vicende narrate da Zhangke non riguardano solo ed esclusivamente il suo di Paese. La potenza e l’importanza della pellicola risiedono proprio nel messaggio che non vuole essere politicamente corretto, piuttosto diretto e liberamente interpretabile, epurato in maniera impeccabile da qualsiasi scialba morale, o ancora peggio di un semplice tentativo di ammonimento.

Con Il tocco del peccato, al contrario, l’autore intende spingere lo spettatore a riflettere sulle vite degli altri, così da convincerlo una volta per tutte a scrutare dentro se stesso e osservare con gli occhi aperti anche ciò che lo circonda. Per farlo, sceglie come sempre di partire dal reale, in questo caso da fatti di cronaca che hanno occupato le pagine dei giornali. Ad un tessuto di verità, affianca rielaborazioni moderate di fantasia, così da agevolare, senza stravolgere i contenuti, il passaggio dal reale al romanzo cinematografico. Prende forma così un film di forte azione drammatica, che contiene al suo interno conflitti di varia natura, che riguardano gli interessi tra persone, quelli delle persone con i loro ambienti e anche quelli dei personaggi con i propri dilemmi interiori. Temi universali che Zhangke fa riaffiorare andando a scomodare, con grande eleganza e sagacia stilistica, un immaginario che era ed è ancora riconducibile al wuxia pian. Le atmosfere e i conflitti che nascono e si consumano nell’opera, seppure attualizzati e trasposti nella Cina contemporanea, rievocano quelli che il cinema del suddetto genere, innalzato da un maestro come King Hu ha filmato decenni fa. Non è un caso che il titolo in inglese, vale a dire A Touch of Sin, sia un chiaro ed evidente omaggio ad un capolavoro crepuscolare come A Touch of Zen, così come la storia della receptionist, e persino gli abiti indossati dal personaggio, sono riferimenti espliciti allo Hsu Feng della pellicola del 1972.

Il tutto parte da un solido e minuzioso lavoro di scrittura che si riversa in uno script che fa delle quattro vicende, avvenute in altrettante regioni, relativi baricentri drammaturgici sui quali costruire un racconto a capitoli che hanno un unico comune denominatore, ossia quella violenza che lentamente finisce con il corrodere dalle viscere un qualsiasi gigante. In tal senso, una nazione come la Cina sta cambiando giorno dopo giorno, andando di fatto a occupare un posto importante nell’economia globale. Molta gente, però, paga sulla propria pelle il costo di una simile e incontrollata crescita, facendo i conti con le crisi personali dovute alle forti disparità tra ricchi e poveri, oltre che con la distribuzione diseguale del benessere. Tutto ciò, può privare i singoli individui della propria dignità, dando vita ad una sorta di effetto domino che trova nella crescita esponenziale della violenza la valvola di sfogo, alla quale ricorrere in ultima battuta come via più rapida e diretta affinché i deboli possano cercare di riacquistare proprio quella dignità perduta.

Zhangke ci mostra la causa, senza sottrarre ai nostri occhi quella che potrebbe essere la più estrema delle conseguenze. Ci catapulta senza se e senza ma in una gabbia ansiogena dalle parete invisibili, solo apparentemente animata da una quiete di facciata, che non ha uscite a portata di sguardo, tantomeno vie di fuga. Come animali braccati da un Dio della carneficina, ci ritroviamo uno alla volta al seguito dei protagonisti (quattro intensi interpreti, tra i quali brillano nel ruolo della receptionist la Zhao Tao vista in Io sono Li di Andrea Segre, e in quello del minatore Jiang Wu), a rivivere attraverso una messa in scena cruda e senza filtri, se non quello della finzione scelto per trasporli sullo schermo, gli interminabili momenti che separano la vita dalla morte. Il regista di Platform e Still Life ha però la capacità più unica che rara di non tramutare questa transizione fatale, all’interno della quale si consuma il destino di una persona, nella rappresentazione filmica di un sacrificio immolato su un altare mediatico. Piuttosto, sceglie come è giusto che sia di raccontare e mostrare, senza giudicare, lasciando al fruitore l’ingrato compito.

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