Il Cantico di Pietra Decima articolazione

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Il Cantico di Pietra Decima articolazione

Il Cantico di Pietra Decima articolazione

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Ma il suo braccio si alzò solo a metà. Una mano attendeva per afferrarlo, tuttavia senza alcun intento ostile. Leto gli copriva la visuale, inscalfibile come sempre nonostante i proiettili e le esplosioni che gravitavano attorno.

-Abbiamo visto abbastanza.-

Il verde scomparve. Intelaiature di metallo iniziarono a sostituirlo, crateri fumanti e battaglie che li zizzagavano senza alcun successo. Unità di cemento ardevano di combustione interna, e figure, o solo ombre di figure, le univano con ponti tragici di giustificazioni e motivi. Un albero stava al centro, sempre se fosse un centro, colossale, a sostenere il cielo o ad esso chiedendo radici, illuminato da una luna non rivelata, incolta. La città piangeva il suo canto struggente, la propria espiazione, l’intimo dolore. Sbagli la sconquassavano, peccati indicibili brillavano illuminando ad accecante giorno le piazze, i campi di battaglia, i tetti soffocati. E in quel magma oscuro che ribolliva, in quel flusso di dominazioni, identità multiformi e miscuglio, nuovi canti attendevano, vermi di ribellione venivano covati, portatori d’un ferino fetore e splendido. Una città che non voleva sprofondare; che si aggrappava con le unghie ai bordi neri della pagina; che s’ostinava a vivere, a rivoltarsi le interiora per avere un nome. Un tentativo disperato, e solo una possibilità, remota, di riuscirci. Il sole liquido colava vuoto sui bei visi degli anemos, su quella assurda crociata che non aveva dio, sui suoi occhi che fissavano rabbiosi lo spirito. “Sono arrivato tardi…”

-Non uno spettacolo edificante…non lo è mai, la prima volta…- Leto gli prese la spalla, lui non si oppose, -…avrai modo di rivederlo, fino alla nausea. Ora seguimi, la maggior parte si sta già risvegliando…-

Alcuni cadaveri lentamente iniziavano ad alzarsi. I pezzi si riunivano, le dita a scatti riprendevano i ken, i laser, le pentole, le mazze da baseball, gli incubi artigianali; in pochi secondi un mugugnante ammasso di zombie aveva ripreso a sbandare minaccioso, rimpolpando le retrovie che comunque venivano continuamente sfornate dai forni riproduttori.

-Impossibile…-

-Del resto come puoi uccidere qualcosa che praticamente non ha vita? Comunque i miei onori, ti sei battuto bene.-

-Non come loro…- indicando gli Anemos che stavano ripiegando.

-Quelli hanno lottato con se stessi ben più a lungo di te…- la presa si fece gradualmente più intensa, -…Lui attende.-

Il salone era vuoto; non un vuoto rilassante, di pace: il legno chiaro, spruzzato con arguzia, rifletteva i pannelli in una marea di rimandi insignificanti, non sapendo indicare dove posare lo sguardo. Neppure il soffitto dava sollievo, perdendosi in una tenebra asciutta, piatta, intollerabile; alle pareti solo due quadri, ritraenti bucolici britannici seicenteschi, e per il resto un ambiente frugale, quasi glabro. Dietro il trono, monolitico e scuro tranne per una colonna scritta sullo schienale, dormiva placido un coro, anch’esso sobrio e comunque bizzarro, perché non v’era eco tra quelle mura. I suoi passi, lievi, sembravano attutiti da una coltre di neve, che isola dal tempo, dai ricordi, da te. Di nuovo, affondare. Un continuo reset, e l’imprescindibile start.

Poi una voce, da un angolo che Laz non riuscì a individuare, recitando fredda alla fredda indifferenza.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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