Il Cantico di Pietra Nona Articolazione

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Il Cantico di Pietra Nona Articolazione

Il Cantico di Pietra Nona Articolazione

nona articolazione

 

“…osservava truce l’esercito avversario dispiegarsi all’orizzonte. Lo fissava con odio, un odio sovraumano, una fessura attraverso cui tutti i suoi uomini dovevano sentirsi, vedere. Era l’interfaccia della furia, un essere sceso dal cielo per portare sgomento, un solco rosso sulla seta rosa della storia. I suoi occhi ne incanalavo migliaia, il suo respiro ne prendeva centinaia di ansimi, ma non era una somma, non solo. Li portava ad un livello superiore. Teneva il capo leggermente inclinato, come sotto un peso tangibile pur se pitturato d’aria. Si muoveva con movimenti irregolari ma pieni, il segno di una potenza che a malapena poteva essere contenuta in quel corpo, e che si riversasse per motivare gli animi, le foghe. Era l’aria fredda a dargli poi un aspetto marziale eppur energetico, in quella sua postura incassata nell’armatura e i capelli che cavalcavano le onde di vento.

 

Davanti le accozzaglie della guardia civica si stavano disorganicamente riunendo. Era tempo di ricordar loro, o meglio ai loro padroni, chi erano gli Anemos. Che non potevano gioire, non potevano rilassarsi. Non dovevano avere paura; dovevano vivere nell’angoscia. Non sapere cosa sarebbe caduto dall’alto. Per questo i suoi uomini erano tutti mascherati, in abiti scuri e sformati. Per questo si erano fatti annunciare. Sulla rete, sui networks sociali, sulle veline. I loro stendardi barocchi, issati su pali della luce sradicati e sottomessi, elencavano i loro nomi. Non c’erano gradi, disparità, il nome era segno del loro individualismo, del sofferto aguzzo relativismo di ognuno…

 

I due gruppi si scontrarono, e di nuovo la moltitudine venne spazzata vie in esplosioni di pupazzi urlanti. Non c’era nessun controllo, nessuna particolare grazia; esteticamente sembravano macellai che si gettano su vacche azzoppate con mannaie senza filo. Laz era estasiato e disgustato allo stesso tempo.

Il loro capo ruzzolava per terra, deviava e ribatteva immerso nella polvere, ruzzolando nel limo, essendo in ogni gesto, eliminando totalmente ogni remora. Non gli fregava di vivere o morire, e neppure di imbrattarsi. Era un animale primordiale, dimentico di tutto. Le sue smorfie sembravano un succedersi di maschere orrende.

Si creò il vuoto attorno, e si erse. Era un uomo altissimo, quasi rasato a zero, il fisico intagliato con dovizia sovraumana. La sua scorta erano donne, le donne più belle che Laz avesse mai visto: occhi d’ogni colore, le più di mai visti, e avevano corpi floridi, sani, da madri natura ancora memori del proprio trono perduto. Lunghe chiome scendevano da pulsanti visi che univano amore materno ad una tempra trattenuta, e già finemente formata.

Laz ne fu sbigottito. Questi erano gli Anemos. Romantici con una predilezione per l’epica. Lui non si sarebbe mai potuto sentire a suo agio, così. Mai. Essere dominati dalla furia del nuovo, dalla rabbia verso un mondo ingiusto, col rischio di perdere quel poco di equità che rimane. Non era tanto coraggioso. E da solo non avrebbe mai fermato quelle maree di inservienti. Iniziò a comprendere che quello che aveva, per ora, non poteva bastare. Non in questo modo. Non con questa pena.

Eppure non poteva neanche stare fermo, immobile, fuori dal centro della storia. Si diresse al cuore, pronto a rendersi quanto meno adeguato; si sentiva acceso, pieno di vita utile, e non voleva sprecarsi, né spegnersi.

 

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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