Il Cantico di Pietra Ottava articolazione

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Il Cantico di Pietra Ottava articolazione

Il Cantico di Pietra Ottava articolazione

 ottava articolazioneL’animale torna a sorridere. I suoi occhi rubano la luce rarefatta, ormai scomparsa.

“Vedi, ragazzo, io non sono che la speranza di chi crede in te…”

Si alza, e lentamente si allontana.

“…Te, oltre il muro.”

La mandibola si fermò. Il torso la imitò, poco dopo, brusco. Un fuoco istantaneo. Un giorno senza alba.

Laz era saldo. Doveva essere ruzzolato per diversi metri a osservare il dirupo sotto cui era, ma non sentiva dolore, sporcizia, spaesamento. Tutt’altro. Sentiva il suo corpo lavorare come una macchina superba, cellule baciarsi, fiumi sgorgare. Era diverso: i nervi gli rispondevano come non mai, una tenuta scura da lord lo ricopriva, armatura quanto nera giacca dandy.

Laz era sicuro. Sentiva le distanze, le distanze non si conoscono, le distanze tanto meno si indovinano.

Vide altri arrivare. Disgrazie varie, sull’onda del topo. Esseri con treccine di replicanti sonori, le cui frequenze sballavano peggio del miglior spirito guida. Rivisitazioni vintage d’un post-moderno vuoto contemporaneo. Pupazzi luridi ma dalla firma lucidata meglio di un sole rasta.

-Qui mi presento. E qui mi saldo.-

Semplicemente colpì. E colpì, colpì di nuovo e ancora. In mano un’elsa da cui sorgeva una lama priva d’effimera sostanza, seppur tagliasse con rette precise e d’infinito chi l’accerchiava. Nell’aria le scie si imprimevano per attimi cruciali, disegnando ragnatele di fatale splendore in cui frange e uniformi Neo-Edo si commuovevano in cremisi sfoghi. Agiva sapendo dove fermarsi, quando arrivare, come darsi. Andò incontro ad ogni intenzione, l’accolse, ne sentì il destino fatale nel grembo, il suo evitarla con un respiro, una piroetta, un fendente maturo. Giocava con ciò che poteva rubargli tutto; inebriava, seduceva e giostrava in un rimando d’incubi e miele. Teneva, possedeva, illudeva in una burlesca piece d’esistenza. E poi, scattando, annoiato, colmo, abbandonava, struggendo di ricordo. Scendeva in tutti quegli sporchi scantinati di persone, contagiandoli con il suo ritmo, al tempo stesso divenendo le loro ombre; incutendo con ogni manovra i propri timori, assurgendo egli stesso a loro timori. Essere loro. E poi, di nuovo, colpire.

Non si sporcava. Non voleva sporcarsi. Era un minuetto in cui invero gli avversari non c’entravano, neppure a titolo di pubblico. Gliene passarono sotto di molti e diversi. Marche dai loghi che fagocitavano e ributtano l’intero patrimonio della specie, schiavitù di suoni e colori, cadaveri riesumati e abbelliti peggio d’alberi bigotti di natale. Lui tranciava, arrivando nel giusto attimo, non un centesimo prima né uno dopo. Era posseduto dal proprio stile, e lo imponeva anche in altrui punto di morte. La sua sciarpa, o usbergo, sventolava rossa mischiandosi ai getti vermigli che evitava con dovizia, gioco di fontane che si accendeva al suo passare. Era un burattino nelle mani della propria abile superbia. Non c’era bene o male. Utilizzare male per giustificare la tua linea di ingaggio è patetico, una mancanza di rispetto verso l’opposizione. E l’opposizione che si scredita spesso si sottovaluta anche. Io non sono il bene, io sono la verità che si palesa. Il bene è un concetto troppo generale e inflazionato, per essere utilizzato.

Finché attorno a sé il silenzio. Più in là altri Anemos distruggevano plotoni su plotoni. Anzi, un manipolo si era raggrumato per far fronte ad un’armata di mediainfanti che copriva intere colline.

C’era un figura mastodontica a capo degli eroi, o presunti tali. Laz, per un solo singolo attimo, prese la sua inquadratura.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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