Il Cantico di Pietra Settima Articolazione

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Il Cantico di Pietra Settima Articolazione

Il Cantico di Pietra Settima Articolazione

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-Le stesse identiche paure…-

-Le stesse identiche paure…-

-Le stesse identiche paure…-

 

Passarono giorni come battiti di ciglia, o l’opposto.

“Non trovo la certezza che mi illumina e sparisce.”

“Devi solo catturare il fulmine…arrivando qui, l’arroganza dovrebbe venirti di conseguenza, errante…ma lascia…-l’armadillo gli si sedette a fianco, fissandolo con gli occhietti azzurri, “…lascia che ti racconti una storia….

 

Un giorno vicino una tartaruga, lungo la via di casa, incontrò un vecchio amico che non vedeva da anni; era un cane, un cane diverso dal fiero animale che lei conosceva: il pelo ispido e gli occhi spaventati, mugugnava convinto d’aver perso l’olfatto, tanto che a tentoni si trascinava per terra, scorgendo il vuoto ovunque. Allora la testuggine ricordò, capì, si commosse e gli disse: “lascia che ti racconti una storia…

Un giorno vicino un prato, dai colori nascosti d’alba sfumata, sedeva ai confini del mondo; una distesa tranquilla, tranne per le brezze che, nelle ore frizzanti, ne muovevano attente i minuscoli fili; ma ecco, perché ogni cosa interessante nasce da un cambiamento, piccoli piedi di bimbo accarezzare le felci, giunti lì per sbaglio, forse per gioco o semplicemente per l’unica farfalla capace di rubar uno sguardo, e non abbandonarlo.

Il nuovo arrivato, respirando piano, avanzava con lentezza per non rompere quella calma perfetta, sacra persino alle orecchie di un neonato; arrivato in una timida chiazza sparsa si sedette, rosso di vita e d’una ciliegia, a contemplare lo spettacolo. Davanti a lui sdraiato stava un muro, un muro di poche pretese in quanto ad altezza ma assai esteso, tanto che al piccolo parvero buchi i due orizzonti che cercano, invano, di contenerlo.

Era di mattoni, squadrati mattoni di fango dallo stesso colore della malta che, per miracolo, lo sosteneva. Non è certo bello, messo lì, pensò il bimbo; qualcosa di estraneo, che rompe l’infinito che l’erba potrebbe, invece, vestire per l’intimo stupore d’ogni più minuscola e gigantesca creatura dei dintorni.

Ma ad un tratto uno scintillio si alzò, e prese a correre per tutta la parete: storie e  passioni e scelte si illuminavano in crescendi mozzafiato, una cascata di mosaici che bagnava l’intera vita dell’uomo, o lui almeno la vide così. Alcuni disegni erano talmente benfatti da darti l’illusione d’essere veri, profondi, in pieno movimento. Era uno spettacolo che non ammetteva rivali, né stanchezza: scivolava lungo le tue iridi e ti chiamava in mille echi differenti; sostenere il giudizio e lo splendore di milioni di spiriti nello stesso identico istante.

Diversi bimbi fissavano perduti lo sciabordio di suoni, frasi e magie. Alcuni imitavano goffamente quei gesti, altri ne mugugnavano i copioni e altri ancora spalancavano la bocca in urli muti, che nell’aria prendevano la forma di rese.

Il muro della meraviglia, il muro di chi non muove un solo, singolo, stupido passo.

 

Tu ti sei alzato, hai fatto un profondo inchino al tutto e con un volteggio sei passato dall’altra parte; potevi proseguire, andare a caccia delle fami che ti danno un nome, le ali; ma non è andata così, non subito. Ci hai mostrato un buco, una fessura da cui guardare, una candela per bruciare questa illusione. Poi il tuo dito si è mosso sul cielo, un cielo vero, di sconfitte, vittorie, picchiate e risalite che scolpiscono il tuo viso come un vento audace le montagne. “Là”, hai detto,“noi siamo là”.

 

Da adesso camminiamo. Non vedendoci per tanto, spesso chiudendoci o scavando senza misura olimpi che chi misura mai conoscerà. Ma camminiamo, portando il nostro peso sulle nostre spalle. Ogni giorno.

 

Tu insegui te stesso, esploratore lanciato al galoppo lungo la propria assordante, testarda e immortale poesia. Hai l’eroismo di udirti senza cedere mai, un solo attimo, al sonno della facilità, alla dolcezza d’essere l’ennesimo. Prova che il mondo, di confini, non ne ha.

 

Quel “là” lo prenderai. Quel “là” è già tuo.”

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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