Il Cantico di Pietra Sesta articolazione

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Il Cantico di Pietra Sesta articolazione

Il Cantico di Pietra Sesta articolazione

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Era seduto su un masso colossale, che dominava orizzonti artificialmente spinti oltre la propria normale linea; agresti, perfetti, paradisiaci. Era un giorno maturo, i raggi cadevano placidi ma già tinti di pesco.

Un grosso armadillo lo fissava, ad un metro scarso da lui. Era eretto, parecchio antropologizzato, un non so ché di sano vetusto. Sorrideva, pure.

Laz comprese subito; un animale probabilmente parlante in un mondo in naftalina: “Sono morto…”

“In un certo senso”, rispose l’essere. Aveva una voce lenta, placida.

“In un certo senso…”

“Si muore molte volte per morire una volta sola.”

“L’ho già sentita questa…”

L’essere emise un curioso squittio, una sorta di risata; “non l’hai ascoltata però, se ti ritrovi qui…”

“Qui dove?”

“Qui, semplicemente…la visione che vai cercando non è difficile di per sé, ma per tutti i labirinti che le abbiamo costruito attorno, sopra e sotto: stati di impotenza perché ci accaniamo a nascere incompleti; la nostra semplicità dobbiamo riconquistarcela, è questo che ci rende noi; non so dirti se sia meglio, o peggio…non ogni fatica nobilita l’animo saggio…riconquistandola avremo un dono più grande, perché l’uomo completo è un essere d’armonia che aveva l’alternativa del vuoto? Oppure sarà una purezza vecchia e sgualcita, la nostra? Meditaci su.”

“Meditarci su? Sono defunto…”

“La contemplazione è sognare una realtà non artificiale, solo cosi puoi trovarla e giungervi…dimenticarsi di sé per riemergere…”

“Io…e come potrei dimenticarmi di me stesso, e dove mi resta da andare? Chi dovrei seguire, quale forma prendere?”

“Non conta la forma, la forma basta un rigagnolo d’acqua ad insegnartela e la montagna più possente non ti farà segreto del suo animo. Non sarà questione di calcolo, ma di muoverti col mondo. Ciò è l’arte suprema”

Uno stormo di uccelli, composto da lievi e soffici pennellate, scalfiva la tela in mutamento del cielo.

Timidi tratti di bruno accarezzavano d’uccelli la fragrante tela della notte.

Tratti di uccelli sfregavano lievi la tela in divenire della sera

“Tu hai voluto controllare; eppur ben sai le distanze del tuo spirito. Sai danzare con il tuo corpo, e sai guardare oltre una semplice caduta; se no non saresti a questo punto del viaggio, e io non esisterei, il ché comunque è così poca cosa…resta quanto vuoi, il necessario per trovare quel coraggio che a volte ti colpisce, mimando la luna. Quando lo avvisti, poiché qui tutto si svela assoluto, qui dove ogni racconto prende vita, prendilo, e portalo con te. Allora, anche la peggiore delle cadute sarà per te la più rapida delle ascese…”

“E chi potrei mai diventare?”

“Te…è tutto una strada che parte da te per giungere a te…ogni uomo è la sua domanda e la sua risposta…solo, potrebbe non piacerti quello che troverai, alla fine…perché d’assoluto vive il qui, l’interno della pelle…ma relativa si muove l’aria tiepida in cui affondiamo.”

“Ma che cosa posso fare ormai?”; il tempo era fuggito, i polmoni sembrano gonfiarsi solo per forza d’abitudine: pace, quella pace che si teme non saper gestire né apprezzare, sbagliando.

“Temo tutto: riempire fosse di eretici, capovolgere gli estri, pisciare la tua vita nel primo cesso pubblico.”

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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