Sorprendente Balletto di Roma. “The Quartet” al Teatro Vascello

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Sorprendente Balletto di Roma. “The Quartet” al Teatro Vascello

Milena Zullo, Gianluca Schiavoni, Paolo Mangiola: tre coreografi per quattro creazioni originali.

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Tenace e costante, il Balletto di Roma non sembra smarrire la via di un lungo percorso di evoluzione e miglioramento che, silenziosamente, continua a svelarne segni e pregi. Sciolta dall’immagine patinata che aveva rischiato in principio di imprigionarne il prodotto ed etichettarne il successo, la compagnia pare adesso risorgere a nuova vita d’arte e godere di uno stato di grazia chiaro e inaspettato. Benché non sorprenda che il giovane gruppo abbia acquisito padronanza e fascino in seguito al buon numero di produzioni eccellenti che facilmente ne hanno forgiato carattere e corpo (basti pensare alla fortunata ripresa del bellissimo Giulietta e Romeo di Fabrizio Monteverde), coglie lietamente impreparati la scoperta del senso di tutto un cammino di formazione a cui la compagnia pare aver consacrato la propria giovinezza in vista di una maturità splendente e decisa. Ora, finalmente, vediamo lo spirito e percepiamo il colore di un gruppo tecnicamente certo ma stilisticamente plasmabile, affidabile e sicuro ma anche flessuoso ed adattabile, rigorosamente disciplinato ma liberamente duttile.

Persino in una serata “puzzle” composta da quattro pezzi differenti di tre coreografi giovani (in scena in queste sere al Teatro Vascello di Roma fino al 27 Ottobre), riesce al Balletto di Roma l’impresa difficile di gestire le tessere di un mosaico moderno con un placido e rasserenante senso di uniformità e armonia che scongiura l’incombente rischio di singhiozzi stilistici e salti drammaturgici incoerenti. Con perfetta continuità e sofisticata ricercatezza il quartetto del titolo sembra compiersi in coda ad una serata musicalmente ideata in cui ogni strumento insegue la propria eccellenza senza tradire l’armonica compiutezza del concerto.

Niente affatto casualmente dunque, la serata The Quartet prende in prestito il nome dalla coreografia d’apertura in cui Milena Zullo con eleganza traduce e risolve le invincibili sovrapposizioni d’archi verdiane (Quartetto per archi in Mi minore, 1873) in una danza sensibilmente descrittiva e stilisticamente cristallina, priva di orpelli didascalici eppure vivacemente esemplificativa. Lo smeraldo chiaro di costumi e fondale gentilmente colora un palcoscenico di corde immaginarie e archetti mimati, tra note danzate in movimento perpetuo e accordi ideali accuratamente cercati. Abilissima nel dirigere i movimenti di gruppo, Zullo conquista ogni angolo della scena e instancabile muove la propria orchestra in un teatro in cui musica e corpo, arte e umanità, opera e italianità si incontrano tra le righe di un pentagramma immaginario e infinito. Divertente espressione di vezzi e consuetudini, sostenuta dall’ottima propensione attoriale dei danzatori (brava Anna Manes), la coreografia rivela tratti di giocosa ironia che piacevolmente contrastano la seriosa linearità di una pura descrizione musicale e allegramente sorprendono un pubblico attento.

Totalmente avvolgente, esteticamente appagante e sensualmente musicale, la creazione di Gianluca Schiavoni è un viaggio brevissimo e intenso tra le potenzialità del molteplice e l’indagine di un desiderio incerto eppure irresistibile di unione che va incontro alla possibilità del mostruoso e all’eternità del mito. La Kimera di Schiavone perde, tra le trascinanti note di M. Ritcher, ogni pensabile bestialità mitologica e si scioglie tra suggestivi e voluttuosi passi a due che costantemente cambiano forma e composizione in un crescendo dinamico emotivamente percettibile e visibilmente di grande effetto. Grazie anche alla buona tecnica dei sei danzatori in scena il pezzo del giovane coreografo di formazione scaligera si compie con grazia misurata e disinvolta plasticità lasciando lo spettatore sazio di suono e bellezza.

Four and Two, secondo lavoro di Milena Zullo, è un soffio creativo fuggevole e caldo. Di nuovo in simbiosi con le corde di uno strumento (questa volta una chitarra acustica) i quattro ballerini vibrano e oscillano con delicata sinuosità tra le curve gentili della composizione di Michelangelo Piperno regalando al pubblico attimi di rilassante morbidezza musicale e autentica sensualità visiva.

Chiude la serata la leggerezza densa e piena del giovanissimo Paolo Mangiola, sensibile danzatore e coreografo traboccante di energia creativa e volontà esplorativa. Ricco di recente e fortunata esperienza inglese (Random Dance, Covent Garden Linbury Studio Theatre) il lavoro Race Race ne rivela un’originale ricerca stilistica di corposità impalpabile e potenza soave tra contatti tenui, movimenti vaporosi e incontri di commovente dolcezza. Nel gioco bello e terribile della vita, tra individualità e comunità, affermazione di sé e necessità di riconoscimento, la “gara” (race) dell’uomo contro l’uomo si trasforma in quella tra “razze” (race) in un inseguimento infinito e logorante di dominio e controllo. Tra Le onde di Virginia Woolf e le musiche di J. Talbot, R. Teague e B. Iver la creazione di Mangiola poco concede al senso di violenta competizione al quale il titolo velatamente conduce e si snoda in molteplici linee coreografiche che sempre ritrovano la via dell’unione e cedono infine ad un pacifico senso di coerenza estetica e narrativa. Bravi, ancora una volta, i danzatori del BdR, qui travolti da un genere nuovo che gentilmente ne modifica i tratti rivelandone estrema malleabilità e freschezza.

Informazioni sulle repliche dello spettacolo: www.teatrovascello.it

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