Il Cantico di Pietra Seconda articolazione

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Il Cantico di Pietra Seconda articolazione

Il Cantico di Pietra Seconda articolazione

seconda articolazione

Era un enorme pixel. Da videogiochi vetusti, per rendere l’idea. Se ti concentravi tanto da farti venire il mal di testa lo vedevi scomporsi in agglomerati grezzi più piccoli, ma roba da niente, la mente doveva per forza lavorare in quella oscurità da indefinizione; si sentiva un essere bidimensionale a cui avessero tolto all’improvviso il terzo piano, fregandosene delle spiegazioni. Sprofondavi nel buio, il comitato di benvenuto era il suo solo orientamento, per il resto i contorni granulosi sfocavano qualsiasi tentativo di chiarimento. Andò così per un po’.

Poi tutto si fece nitido. Nessuna soluzione di continuità. Uno strappo tanto violento che dovevi inventarti un passaggio di mezzo. Con quello che trovavi. Cartapesta, fondali improvvisati, plastica avariata.

Una galleria iniziò ad accendersi dal fondo della retina, una scansione modulare di saloni, saloni enormi di pietra scolpita col soffio di un dio. Paraventi lignei si distribuivano caotici e creavano un eterogeneo quadro di labirinti. Ed erano pieni. Pieni di anemos, versioni più o meno originali del vecchio che lo guidava. In realtà erano tutt’altro che simili, l’idea che un’uniforme potesse astrarli in una potenza comune sembrava agli antipodi del loro pensiero. Ognuno aveva vistosi tratti che lo differenziavano dai vicini: tatuaggi, copricapo assurdi, armi esotiche. Erano presi e concentrati nelle più disparate attività espressive, e gli ambienti straripavano di artefatti e visioni. I gruppi erano pochi, e nessuno mostrava un’aria assente; anzi, l’aria danzava d’elettricità e luna. Nessuno riposava. Nessuno si annoiava. C’era un oscillazione insonne, potente, morbosa. Incapace di fissarsi.  Umana mano in mille anni non avrebbe potuto dipingerne un ritratto anche solo miserabile. Solo code di movimenti su code di ritorni. La retina registrava bulimica, gli attori non volevano scendere a compromessi.

Un chiacchiericcio sottile ma posseduto li legava, peraltro minimamente colpiti dall’intrusione dei due. Si potrebbe affermare che il tutto puzzava di egocentrismo autoptico, o autistico. Equilibravano nervosamente i propri movimenti in eterni work in progress, estasiati da tutte le deleghe del sé con cui credevano di amplificare il proprio ego, renderlo un  paradigmatico gong che si unisse al sottofondo del mondo. E sembravano riuscire. Laz si trovò meravigliato dai loro eccessi. C’erano bambole dal viso riflettente, in grado di rubarti il punto di fuga e scambiarsi con te; un istante, forse; un eterno, maledetto istante; c’erano opere talmente sublimi da rivelarsi macchinari distruggi prospettiva, e affondavi e riemergevi conscio che tutto, ora, non fosse che menzogna, un gioco abile di dimensioni e volumi, niente più; c’erano suoni, il battito cadenzato di un martello divino, rituale di iniziazione senza fine che ti istigava a prendere il primo oggetto contundente e ricoprirti di gloria, riunire un esercito e ricopriti di potere, edificare un impero e ricoprirti di storia; c’erano cibi, lasciati alla mercè degli avvoltoi, tanto esteticamente avanguardisti da farti mozzare la lingua per non rovinare il loro superbo spettacolo con un stupido, animale morso; e c’erano le arti danzanti, esseri che superavano sorridenti le regole e libravano nell’aria il pennello loro corpo, tele le loro menti, bianco anche la sua. Incrinata, ormai. Se l’intento era soggiogarlo con la loro potenza, come gli opulenti e stantii cercano di corrompere le barbare e fresche sovversioni, allora gli Anemos vi erano riusciti.

Nonostante le vertigini, Laz mantenne tuttavia una decente posizione eretta; come se tutte le artiglierie si annullassero a vicenda, forze contrapposte e uguali, e lo tenessero miracolosamente su. Iniziò a notare altre cose: primo che non erano soli. Oltre a quella sorta di semidei altre figure, più piccole e sghignazzanti, correvano sotto i tavoli, attraverso i padiglioni, al riparo delle ombre artificiali. Erano ovunque. Sembravano l’equazione opposta del luogo. Il conato nei confronti di troppa perfetta perdizione, Ma rimanevo imprendibili alla vista. Potevano essere un residuo della sua mediocrità, Laz riparò. Secondo che il loro specifico duo era divenuto un trio: al solenne cammino attraverso le stanze si era unito un terzo componente. Adulto, scavato e i capelli dipinti sulla mente. Aveva un leggero tic ogni tre passi, che si concludeva in un lieve scuotimento del capo (un’inquadratura difettosa). Una fiasca a tracolla andava e veniva dalla sua bocca.

Gli si avvicinò gradualmente e, con voce bassa forse per non essere udito dall’altro, sussurrò: -Benvenuto errante, il mio nome è Periclo-

-Grazie…io mi chiamo Laz…-

-A quanto vedo ti è toccato Leto come mentore…-, sorsata, -…poteva andarti peggio…-

Il ragazzo distolse lo sguardo, -…la fortuna mi perseguita, allora…sicuro di non stare esagerando con…?-

-Questa?-, l’anemos accarezzò la borraccia, -non capisci… io sto ingurgitando…potere!-, urlò.

-Nel “poteva andarmi peggio” quindi ti riferivi a ubriaconi, drogati e visionari?-

-Hahaha…ne hai da imparare, pivello…qui, nell’albero della vita, vige egocrazia e dittatura nei confronti di se stessi, chiunque è una macchina al proprio servizio, ognuno ha le proprie leggi…chi sei tu per giudicare la via di miglioramento di un altro?-

-Nessuno…proprio nessuno…-

-Tu hai avuto troppi maestri…ma sai, ascoltarli troppo è il peggior dono che puoi far loro.-

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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