Il Cantico di Pietra Seconda Vocazione

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Il Cantico di Pietra Seconda Vocazione

Seconda vocazione

seconda vocazione

Era in perfetto anticipo, e anche il canto dei galli randagi pareva celebrare la buona riuscita del rituale quotidiano. I colleghi-discepoli stavano probabilmente ancora facendo colazione, o svuotandosi la vescica…sarebbero apparsi nei loro pigri cappotti e in quelle facce scure, avrebbero segnato la presenza e si sarebbero abbandonati sulle sedie fin troppo morbide a fissare il vuoto…ingrati…non concepiva come potessero abituarsi alla biblioteca, al sapere che custodivano dandogli gli anni migliori…giovani, si ripeteva: più dai, più comprendi…e lui aveva dato, dato fino all’esaurimento, e non si era mai pentito, lamentato, e tanto meno seduto.

Il sommo maestro lo scarnificò con il solito ciglio burbero, un budda passato da Hong Kong giusto per incontrarsi con Woo ed uscirne brillante, e lo fece entrare, mugugnandoli le poche novità del giorno. Un giorno passabile, in cui avrebbe avuto tempo per studiare…ergo, per migliorarsi. Il pensiero di Ines non coincideva però con quella buona predisposizione…già la notte era un inferno, un putrido inferno in cui all’amore e affini non era permesso affacciarsi, e quel poco che gli rimaneva avrebbe dovuto essere normale…usuale, possibilmente…ma lei gli dava l’impressione, neanche sottile, di volere l’esatto contrario…avesse potuto stringerla, o magari…sarebbe arrivato anche quel momento, si calmò. Cambiò le disposizioni volute dal Sommo, facezie di misera importanza (la cieca fedeltà non colpisce l’occhio, ma il cuore) e si dedicò, chiuso nella sua cella, all’assimilazione.

L’odore dell’incenso si sparse velocemente nel piccolo locale, e i contorni divennero subito sinuosi e incerti; gli anziani annuivano dalle rozze pareti su cui erano infissi alla stregua di porte su un’altra dimensione, o meglio su un non-luogo strenuamente cercato, e inesorabilmente sfuggente. Il volume della pergamena cominciò ad insinuarsi tra gli aloni di grigio, rispettosamente chino alla nebbia da 2 marchi e cinquanta al metro cubo che ora scorreva avversa ai suoi movimenti. Lampeggiava il traduttore nelle ombre veloci, che minuziosamente riproduceva per ore, settimane intere, finché un pugno non ne richiamasse un altro e poi un altro ancora; un tempo gli emanuensi salvarono il passato sulla carta…ora, loro lo preservavano, e lo usavano, tramite il proprio corpo. In quei momenti non si sentiva che un codice, un tramite di saggezza come quello che proteggeva…ma un tomo non difende i più deboli…non scruta i tetti e dispensa giustizia e redenzione…la trilogia di Shaolin Temple  si concluse nel migliore dei modi, e si prese una pausa di riso per rinvigorirsi il necessario per Once Upon a Time in China…il repertorio arcaico serbava una purezza difficile da riscontrare nei novelli trattati, avvolti nella ricerca famelica d’interesse a discapito della forma; ma il governo populista aveva scoraggiato con veemenza ogni espressione non adeguatamente popolare, costringendoli  a nascondere parte della loro raccolta e a presidiare nell’ansia. Ma, dopo la feccia, sarebbe toccato anche ai loro, i grassi burocrati che gli scherzi della storia fanno emergere per scuotere i virtuosi. Cani di paglia.

Dopo aver appagato i bisogni della povera gente nell’ora mediana, si spostò nel salone comune: il Wuxiapian poteva essere praticato solo in spazi ampi, soprattutto quando la disciplina era asta, lancia o catena. San duk bei do partì con qualche incertezza, segno che non rimaneva che una manciata di cicli per interiorizzarlo completamente: nell’apatia generale questo pensiero lo irritò oltre la giusta misura, e ciò non fece che doppiamente accrescere l’ira. Si focalizzò sul respiro, e ottenne qualcosa di sufficiente. Ricominciò.

Fino a sera ripeté i riti prescritti, i mantra fiscali e le riverenze consigliate. Inchinandosi si congedò dal Sommo, e si avviò verso casa dove Ines, forse, gli aveva lasciato un dono; non gli importava non capire quelle righe, scritte in una lingua a lui sconosciuta…toccandole provava ad immaginare come lei lo tratteggiasse nella mente, e aveva così bisogno di calore che immaginava splendidamente, forse fin troppo. Si chiese quanti idiomi grammati esistessero solo in quella città, e se non fosse un bene, in fondo, non saper decifrare la gentilezza del vicino, o l’odio del socio, o ancora la realtà per quanto cruda e nuda fosse.

Prese la busta e si infilò nel suo appartamento, un monolocale frugale eppure simmetrico nelle linee sature di vaniglia, in cui torreggiava un legno da sequenza e poco altro. Aveva qualche ora per dormire, e poi sarebbe dovuto andare di ronda, ed essere perfettamente a proprio agio. Da quando il divieto d’armarsi era stato abrogato alla Camera e lo Stato aveva rinunciato al secondo articolo, il lavoro si era triplicato…c’è qualcosa di peggio della violenza organizzata, della lotta per una sedia o della finta alleanza…c’è l’uomo lasciato a se stesso.

Bevve qualcosa di analcolico, latte probabilmente.

Si distese e, giocherellando con le strisce che contenevano la sua candida anima, si addormentò.

Ping Tao guardò compiaciuto l’enorme commesso allontanasi lungo Jit Le boulevard, una fiera e devota anima in pena, il miglior lavoratore che avesse mai assunto, e soprattutto il fulcro di ogni suo più orgoglioso disprezzo.

La videoteca era ormai quasi deserta, e a giudicare dai movimenti insofferenti del cassiere dovevano essere ormai le otto, forse anche più tardi…l’introito della giornata si prospettava scarso, eppure per lui le soddisfazioni erano ben altre; i suoi amici lo criticarono severamente quando decise d’assumere l’uomo peloso, ma col tempo avevano riconosciuto la perfida genialità di quella scelta…un esemplare dei vecchi ed arroganti padroni, ridotto in cattività in una prigione straniera, costituiva la pubblicità perfetta per il suo esercizio, che delle origini vendeva tutto, e anche di più. Ciò che poi lo estasiava era la bravura stessa di Jig, che in quanto a preparazione contava ben pochi rivali, e la sua dedizione, per lui persino dolce da assecondare…l’anima gli rideva quando quegli occhi azzurri, mansueti, lo fissavano con probo rispetto, quasi fossero tutti usciti da un vecchio cappa e spada per stucchevoli ed effeminati palati; l’individuo era il simbolo tangibile della sua piena affermazione, o meglio di quella di ciascun suo connazionale, tenacemente arrivato e ancor più tenacemente restato…un monumento al popolo, all’ideologia, ed alla tradizione.

Ma, rimirandolo, l’immagine più seducente era quella d’una grossa fiera ammaestrata e ridicolmente vestita, ignara degli scherni altrui e portata in giro per il pubblico divertimento…non era così stupido da credere che sarebbe stata una vittoria assoluta…si cade, e ci si rialza…si è, e non si è…s’impera, e ci si inginocchia…ma quello era il loro momento…e lui se lo sarebbe goduto. Fino in fondo.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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