Il Cantico di Pietra “Prima Vocazione”

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Il Cantico di Pietra “Prima Vocazione”

Prima vocazione

prima vocazione

Ines era sveglia. Lo sapeva dalle ombre sul tramezzo, così lucide e corrette da tradire ogni possibile parvenza di visione. Lo udiva nel cinguettio nervoso degli alberi, e dal silenzio dei loro rami di cemento. Lo sentiva nel suo respiro, trattenuto ma comunque visibile dalle coperte che la ricoprivano fino al mento, seppur fosse agosto, un agosto tremendo. Stando ferma l’illusione tuttavia restava: come se il suo corpo dormisse, con tutti i problemi e quei buffi legami, e l’anima fosse libera, anche solo per esplorare i 30 metri quadrati in cui viveva.

Era una camera semplice, la sua: cataste di duplicati artistici infoltivano le pareti, tranne per un rettangolo, candido, dove colpiva la luce dell’alba; a muovere le ombre pensava una tozza finestra perennemente aperta, l’unica dell’appartamento; la grata era troppo in alto per sfuggire al dì, ma aveva comunque imparato a non dispiacersene più di quel tanto…le dava una regola, l’intromissione necessaria del contorno, una sorta di madre che sussurrava, sul bianco lasciatole, le proprie instancabili storie. Ines le ascoltava pazientemente, a volte annoiandosi, in altre ridendo, in altre ancora ricavandone qualche racconto di seconda mano; ma erano parti incompiuti, lieve mormorio nell’attimo in cui l’oceano, luccicante, diveniva la fiacca e trascinata corrente del giorno restante. Cioè quasi tutto, sospirò. La fame a quel pensiero si rendeva di solito utile, e la spingeva ad affrontare il pavimento, la pressione più scarsamente distribuita, ed in definitiva se stessa: purtroppo per quello che era, e basta.

Ines aveva ogni interesse per confondere il fisico ancora per un po’, ma di questo ve ne accorgerete presto.

Il trucco durò poco, e i dolori cominciarono ad apparire, prima solitari e scontrosi, poi fraterni ed in piena sintonia. Si alzò con l’accompagnamento delle giunture nell’affannosa ricerca d’un posto, uno qualsiasi; si meravigliava di come l’insieme reggesse (seppur malamente), ma lo stesso poteva dire di molte cose che intimamente non la riguardavano. Nessuna pioggia giunse a salvarla mentre un video scimmiottava la sua giovinezza e la faccia del bagno si poneva le solite domande con relative proroghe; venne il latte, ormai rancido sebbene d’un rassicurante avorio, ed i biscotti, integrali e granulosi…ingoiò il tutto con una foga simulata, sana, comunque sufficiente, e avrebbe subito cominciato a buttar giù qualcosa se il campanello non avesse suonato.  Panico. Il deprimente idillio perduto. E anche se non cieca, lei avrebbe potuto benissimo essere all’altezza di operuccie del genere.

Settò con movimenti precisi le olocamere, lasciandosi scoperta solo dal collo in su, e guardo fuori: Jig le sorrise candidamente dai suoi 2 metri e 10 di altezza, tra il dondolio nervoso dei 110 chilogrammi di peso ed i biondi riccioli arruffati; si era appena sbarbato, “probabilmente per me”, concluse.

-Jig…ciao…turno di mattina?-

-Si, bellissima…anzi, mi chiedevo se magari…-

-Ti accompagnavo?-

Gli scappò il suo solito muggito da ebete domestico.

-Sai che non posso.-

-Già…gli scritto-ritratti sono una cosa seria…-

-Anche quello che fai lo è.-

-Oggi potrei crederlo-

-Credici…e stasera passa di qui, potrebbe esserci qualcosa.-

-Un altro? Wow…- si contrasse in una smorfia così contrita da farlo sembrare un grosso gigante triste segregato in qualche circo degli orrori -…è bello quello che fai per me, però…vederti…-

-…non ora…ma il momento arriverà…-

-Già…-

-Già…-

Passò qualche secondo. Speso a far correre la fantasia, ognuno sul proprio binario. Ma la realtà torna sempre ad invadere, e non ha limiti la sua capacità di corrodere. Jig si riprende. Lento. Senza entusiasmo.

-Ti porto qualcosa?-

-Sul genere stile del brillo hai dell’altro?-

-Dell’ubriaco?…sì, dovrei…-

-Grazie…allora…buona giornata…-

-Anche a te, Ines…-

Non che si sentisse realmente in colpa…era certa che se l’avesse vista, vista senza lo schermo del portale, il cuore di quell’armadio sarebbe sfumato con tutta l’incartatura dell’oscillazione chiamata esistenza, e a sottofondo intere arcate della mente gli sarebbero crollate con il poco di sicurezza che ancora faticosamente portava; era un uomo buono, relitto senza colpe con la sola sfortuna d’aver urtato, e subito, la furia dei venti…“come me, ma io non ho mai concretamente avuto una scelta”.

Spense il proiettore e ritornò sul letto, stavolta appoggiata allo schienale e interamente dedita a fissare l’angolo della finestra; due consegne, due profili piuttosto scarni, solo uno con foto, e nessuno con l’odore: si profilava una giornata dura, ma il suo “spazio” non l’aveva mai tradita, e di certo non avrebbe iniziato adesso;  non quando la sua vera opera stava per concludersi, e con la luce del concepimento rinvigorire ogni lacero scalino fatto, sudato, vinto.

Era un lavoro abbastanza comune, il suo: le persone adorano la manipolazione del riflesso, e al tempo stesso godono nel poter gonfiare anche qualcosa d’infinitesimamente piccolo…l’identikit letterario soddisfaceva entrambe le necessità, e piuttosto bene, quindi le ordinazioni non mancavano; anzi era costretta a respingerne la maggior parte in favore delle più proficue; le servivano per il miraggio vero, quello dove a brillare sarebbe stata unicamente lei in quanto lei e tassativamente lei…

Ma non ora…

Ora doveva comporre, ed era brava a scrivere abbindolanti involucri di nudo inchiostro, il sunto ideale del più avanzato edonismo culturale; per quanto degradante, era convinta che si fosse anche toccato di peggio, e usato il cervello ancor meno, in passato. Di quasi tutti i clienti conosceva che pochi tratti, ma bastavano: dal bacio delle due pareti lei faceva venire fuori di tutto…Vermeer creava così, un immaginario da un cardine casuale, un mondo da una briciola, e rivestirlo dell’unico arbitrio che si ha…è in quel elemento, quel dettaglio che sempre appare, che si po’ trovare la linea, la logica forse…come la pittura, la scrittura si prestava anche troppo efficace ad un artifizio del genere…lei aveva semplicemente un angolo retto, un minuscolo palcoscenico in cui chiunque, donne desiderate, giovani incolti e vecchi morenti trovano posto, e luce…ed erano tutti lei, e lei non poteva farci niente, e lei se ne fregava con la saggezza d’un bimbo che non piange per una morte, conoscendone la diffusione ed il discreto successo. Fino a qualche anno addietro sarebbe stato difficile sbarcare il lunario, i libri classici andavano ancora e la fabbrica culturale rullava con certuni criteri oggettivi…poi fu ovvio, con l’accusa degli Emergenti d’individualismo, che d’individualismo bisognava ubriacarsi…meglio, andarne fieri…il ché almeno li aveva salvati tutti da un minimo d’ipocrisia, meditò.

Finì il primo, prendendo a prestito i tremiti delle foglie e con qualche aggiunta di contemporaneo testamento (anche soli l’ampio respiro funziona, di solito); di suo lasciò a malincuore un pomeriggio, qualche ora passata nell’amata torre ricurva mentre la volta celeste lambiva di conflitto…le era sembrato che due aerosi condottieri duellassero invasi da rabbia divina, muovendo armate di puro cielo e lingue d’ustionante empireo…o che drappelli di direttori d’orchestra, con sferzanti e sinuosi scatti, comandassero alle proprie melodie di vincere o morire…vincere o morire…e i tuoni si rifrangevano cocciuti in terremoti silenti, e una melodia inaspettata calava su tutto, e tutti perdevano, tutti lasciavano posto al calmo vespro e alle luci riaccese tra i sorrisi…la gente ride troppo…nell’atto si potrebbe fare altro, e comunque non che ce ne sia un gran motivo…ma l’indignazione non è permessa dalla serena acquiescenza, e più in generale dal fulcro evolutivo…se ci si prendesse gusto non sarebbe agevole neanche aprire gli occhi…ma gl’ iridi  tra il verde ed un viola vergine erano il suo unico orgoglio, e lei lo avrebbe difeso, anche a costo d’annuire. E annuire non è poi così arduo da apprendere.

Il secondo lo concluse subito, sia perché le avrebbero dato di meno, sia perché era un’adolescente, le cui richieste erano di norma facili da soddisfare (in effetti per questi casi aveva un modello fisso a cui cambiava nome e poco altro)…aveva tutto il tempo per passare ai propositi seri, e ci passò.

Si trafelò tutta, ingoiando distrattamente una barretta-pranzo gentilmente concessa dalla FDS, e dopo aver saggiato il completo deserto del pianerottolo uscì. Non c’era molto movimento in giro, e comunque era abituata agli sguardi, attoniti, che la sferzavano senza tatto o un frammento d’umana comprensione, e ancor di più alle finta indifferenza dipinta a fatica sui volti degli esemplari più eminenti…diversamente abile, arrivavano i più “sensibili” a chiamarla…poverina, si aggiungevano le mendiche vecchiette che scalavano la sagrestia…l’unica cosa che sopportava rimanevano le sincere domande dei più piccoli, gli unici che la trattavano come pari, e non come qualcuno da salvare…da qualcun altro, di solito…il tratto di strada almeno non era tanto, solo due borghi e una minuscola piazza e sarebbe stata salva; meglio, il disprezzo sarebbe stato unicamente suo.

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Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi
Enrico Gandolfi generalmente esperisce in forma sfusa ma, quando osa concentrarsi, scrive, pontifica, analizza. Oggetto dei suoi voli radicati arte, videogiochi, cultura e dis-società, egemonie, ludus e non eventuali. E’ persino dottore di ricerca in Sociologia, giusto per dare un inquadramento serio e serioso al suo profilo e per giustificare la sua tendenza a scarnificare l’anima collettiva. Il resto della storia, comunque, è anche affar vostro.

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